Sull’insegnare in Cina
Devo ammettere che, di tutte le destinazioni possibili, non mi sarei aspettato di cominciare proprio dalla Cina, ma come si suol dire, da qualche parte bisogna appunto iniziare. L’idea di mantenermi viaggiando e insegnando non contemplava certo il conoscere come questa professione si sarebbe adattata alle varie realta’ che avrei incontrato; immaginavo la Cina come una nazione in cui, al pari di moltissime altre, l’insegnante fosse un lurido lavoro come un altro. Invece, sara’ anche parte del fatto che non vivo in una megalopoli, il trattamento che ci e’ riservato e’ a dir poco sconcertante. Il professore, quello che ha a che fare coi giovani, che deve formarli, e’ tenuto in altissima considerazione qui, cosi’ alta che all’inizio e’ stato addirittura difficile far capire ai miei studenti che potevano esprimersi liberamente e cercare di dirmi come e perche’ preferivano imparare.

L’Universita’ in cui insegno, la Hebei Normal University of Science and Technology, e’ sviluppata sul modello dei campus americani, con uno o due edifici principali circondati da aree dormitorio, abbastanza grandi che ci vogliono 10 minuti a piedi per attraversarle da una parte all’altra. Dico questo perche’, ad esempio, ogni mattina c’e’ uno studente che mi aspetta sotto casa, a qualsiasi ora arrivi, ritardo o meno, e mi scorta in classe. Classe che e’ generalmente sempre la stessa, quindi non ci sarebbe nessun bisogno di queste premure, eppure pare che per loro il rito sia importante, fondamentale per avvicinarsi un po’ al piedistallo dal quale, secondo la morale cinese, io starei elargendo sapienza. Strano. Considerato che mi vesto come loro, ed avro’ nemmeno 6 anni piu’ di loro, l’effetto generale e’ totalmente straniante. Allo stesso modo, in classe le mie parole all’inizio avevano il peso del piombo, laceravano l’aria, senza un movimento di risposta. Niente. Mutismo e contemplazione.
Chiedendo e osservando, mi sono reso conto che questi ragazzi arrivano qui dopo aver studiato in licei che potrebbero essere paragonati ai lager nazisti, con circa 10 ore di lezione al giorno, nessuna aspirazione comunicativa, solo il desiderio di essere una spugna sulla quale le parole dell’insegnante dovrebbero fare presa, assorbire come acqua lanciata da un idrante, e per questo la loro sensibilita’, la loro voglia di esporsi ed essere qualcosa di piu’ di un corpo seduto a scaldare una sedia non si sviluppa. Insegnare davanti agli ultracorpi, questa e’ stata per me la Cina delle prime settimane: trovarsi davanti a omini e donnette piccolini, scuri o chiari di pelle, spesso brufolosi e pubescenti anche se ormai piu’ che adolescenti, involucri che racchiudono, oltre che ad organi maleodoranti perche’ nutriti da decenni con verdure e olio a volonta’, personalita’ che ancora devono sbocciare, bruchi imbalsamati dentro corpi gialli. Non e’ cosi’ fantascientificamente orrendo come sembra, comunque. Dopo varie battaglie combattute a furia di lanciare libri per l’aula, di cercare di tirare fuori qualcosa da venti teste alla volta che ti guardano come se tu fossi il portatore di una cultura imbalsamata in qualche assurda logica orientale, sono riuscito a raggiungere il traguardo numero uno: ricevere delle risposte. Che siano anche solo un si’ o un no, un sorriso o una risata schiacciata tra i denti e imbarazzata, mi sono guadagnato un rispetto che va oltre quello che probabilmente loro si aspettavano da un insegnate di Italiano.
Qualcosa che va oltre al loro umana comprensione, una lingua che non esiste se non in desiderate sessioni di grammatica che farebbero impallidire il Mein Kampf. Se non gli dai da mangiare formule, parole e scritte sulle lavagne unte di polvere di gesso secolare, sembra che il linguaggio non esista, che non possa uscire dalle loro bocche. E’ dura, ma pian piano si riesce a procedere, a cavare qualche ragno dal buco. Immagino sia difficile vedersi un giovane insegnante cercare di demolire in due ore quello che sono stati i loror insegnamenti di una vita, ma e’ altrettanto interessante e gratificante vederseli arrivare nell’intervallo coi loror quadernini stretti in mano, fart delle domande che raramente hanno uns enso logico con quello che hai appena spiegato, e vederli andare via ossequiosi, sperticandosi in indecifrabili thank you e
occhiate basse, come se avessero paura di incrociare il tuo sguardo. Questo e’ veramente strano, per me. Ti fa sentire in dovere di fare qualcosa di buono per loro, di portare un po’ di quella cultura che quando sei in patria manco ti verrebbe voglia di pensarci, da quanto sei disgustato da cose che qui diventano importanti, fondamentali. Fare capire come le loro idee siano sbagliate, come non sia intelligente chiudersi a riccio e continuare a pensare che in Italia le gondole girino anche in Piazza Duomo a Milano. A volte mi viene voglia di prenderli a sassate, di tirare fuori l’uccello in classe e saltare sulla cattedra gridando che Mao era un grande coglione, solo per vedere che reazione potrei ottenere. Creare un po’ di shock culturale al contrario, fare capire che come io mi devo adattare a loro, loro devono farlo con me. Ma procede tutto lentamente, ma bene. Fa piacere sentirsi un animale raro osservato perennemente, qualsiasi gesto tu faccia. Il gesticolare tipico di noi italiani, soprattutto, li fa ridere e divertire molto. A volte provo a toccarli mentre insegno, e si ritirano su se stessi come se avessi il tocco della morte. Insegnare qui e’ strano e interessante, assieme. Non so mai se sono io che insegno a loro, o se sono loro che insegnano qualcosa a me, o se mi studiano soltanto, per lunghe ore, cercando di capire cosa si nasconde dietro i miei movimenti e i miei vestiti e la mia pelle.




August 7th, 2008 at 4:09 am
Ciao,senti penso che tu sei il mio idolo….come diavolo ci sei riuscito???
Io a ottobre mi laureo alla triennale di lingua cinese all’orientale di napoli,e vorrei anche io provare questa esperienza di insegnamento in cina proprio come hai fatto tu!
TI prego rispondimi e dimmi come diavolo ci sei riuscito!!!!!!
CIAO DA NAPOLI!!!