IL GRANDE VIAGGIO, Gennaio e Febbraio 2008

L’avevo aspettato, sognato e preparato per mesi, ogni dannato particolare l’avevo rimuginato e stiracchiato fuori dal cervello e appiccicato come strisce di carta su una superficie liscia e un po’ umida, tutto aveva un preciso significato, una sinistra armonia: sei settimane di vacanza pagata dalla scuola, quarantadue giorni di meritata liberta’, finalmente tornando alla mia tanto amata strada. Una strada inedita pero’, questa asiatica, non piu’ spaventosa di altri salti nel buio, ma sicuramente piu’ fragranate, di quell’odore che sa di mistero e di biscotti appena sfornati. Il fatto che la mia vacanza coincidesse col temibile Spring Festival, ovvero le tre settimane in cui il miliardo e mezzo di cinesi di cui e’ oberato il peso della terra si muove tutto assieme e intasa treni, aerei, autobus, strade, cieli, citta’, arterie, non mi aveva stranamente toccato ne’ preoccupato. Perlomeno fino al giorno in cui decisi di comprare il mio biglietto hard sleeper da Qinhuangdao a Shanghai.
“Vorrei un biglietto hard sleeper per Shanghai, xiexie”
“Mei you”
Queste due sillabe, pronunciate con enfasi e occhi strizzati, sono un deterrente per l’anima. Per la vita. Per l’esistenza di uno straniero in Cina. Mei You vuol dire che iniziano i problemi.
“Come Mei You? Ma niente di niente?”
“Mei You”
La donna che sta dietro lo sportello getta lo sguardo alle mie spalle, dove sento pressare almeno un centinaio di persone, mani che si alzano in tutte le direzioni, io che tengo duro e punto i piedi al muro e spingo indietro con la schiena. Direi che e’ ora di girare i tacchi col mio bel Mei You come nuovo tatuaggio da portare con onore sulla fronte, mentre la prossima anima si affanna a pressare contro lo spioncino, per sentirsi rifilare un altro Mei You tra fronte e sopracciglia. Non puoi immaginare cosa voglia dire comprare un biglietto del treno in Cina se non ci sei stato in mezzo. E’ un campo di battaglia, una guerra, puo’ essere un problema. A volte e’ cosi’ semplice che quando guardi il pezzettino di carta rosa scintillarti tra pollice e indice ti chiedi come possa essere successo. Non e’ una cosa normale, di solito ci vuole pazienza, e buoni muscoli dorsali.
Mentre esco dalla biglietteria un grande punto interrogativo lasciato cadere dalle grosse dita di qualche Dio strano si infila direttamente nei miei pensieri come una spada di Damocle: ho un problema grosso. Devo partire tra tre giorni, e non c’e’ possibilita’ di avere un biglietto. Comincio a sudare freddo mentre penso ai posti che devo vedere che scivolano via risciaquati da una risacca lenta che scopre una spiaggia brutta e sassosa ad ogni passo che nervosamente spingo sull’asfalto lucido di freddo. Merda.
Uno degli abomini cinesi principali e’ la mancanza di organizzazione nel trasporto ferroviario, che ovviamente e’ il piu’ esteso, economico e utilizzato. Non e’ praticamente mai possibile acquistare biglietti, e soprattutto sleeper, se non si va direttamente nella stazione di partenza. Immaginate un viaggio di 18 ore, che tocca circa venti citta’. Immaginate di vivere nella dodicesima e di dover raggiungere l’ultima. Vi verra’ sempre detto Mei You, e sarete costretti a comprare dei biglietti in piedi schiacciati con altri cento cinesi e le loro borse di yuta cariche di misteri tra le porte puzzolenti di un buco che una volta e trenta chili di merda sierosa fumante prima era chiamato bagno. Anche la prospettiva di sedere per 12 ore di fila in mezzo a gente che mastica semi di girasole, rutta, scorreggia e ogni tre minuti inizia a parlarti e si fa spalletta per indicare che c’e’ un laowai nel vagone che cerca di dormire non e’ delle piu’ esaltanti.
Faccio frullare le meningi e mi attacco al telefono, e riesco a convincere il caro amico Daniele che da Pechino potrebbe provare a comprarmi il maledetto biglietto. Questo comporta altre 4 ore di viaggio per raggiungere la capitale e poi imbarcarsi sul nuovo vagone, che di per se’ nella prospettiva di un viaggio allucinante di 42 giorni non e’ un azzardo assoluto, ma fa comunque riflettere su tante cose che qui dovrebbero funzionare meglio. L’attesa di una notte provoca brividi elettrici nell’aria e mi fa dormire sonni poco tranquilli, cercando di inventare compagnie low cost e rotte inesistenti che mi facciano recuperare giorni preziosi che penso di aver gia’ perduto per colpa di una sfortunata collocazione geografica, ma alla fine quello stesso Dio che ha lanciato il punto interrogativo mi sorride e mi comunica via sms che il mio biglietto mi aspetta venerdi’ 11 gennaio alle 6 pm nella piazza sulle quali dominano le torrette decorate che vigilano sulla Stazione Centrale di Pechino. Finalmente potro’ scendere a sud, incontrare Max e iniziare il mio viaggio. Ho incontrato Max per caso all’ambasciata cinese di Milano, in coda per l’applicazione del visto di lavoro per la Cina. Stavo parlando con una signora che voleva un visto di transito per andare a recuperare il nuovo figlio adottivo in Mongolia, quando spiegando che andavo ad insegnare l’Italiano conosco questo ragazzo in fila dietro di me, diretto nel Paese di Mezzo a intraprendere la stessa avventura, ma nella provincia del Jiangsu, tra Nanjing e Shanghai. Un’ottima occasione per incontrarci e spendere qualche giorno assieme a battere per le strade della Parigi d’Oriente.
Dopo lo sconforto iniziale, tutto sommato le cose stanno andando alla grande, e io sono pronto a partire. Lascio Qinhuangdao alle 11 del mattino dell’11 gennaio 2008, il mio zaino invicta giallo e nero in spalla, il sacco a pelo che sbatte come un corpo morto assicurato dai passanti alla parte superiore dello zaino, come un cuscino azzurro che invece di sollevarmi il peso dalle spalle si allontana dalla mia testa a ogni passo, per poi tornare su, ritmicamente mosso dai miei passi. Il viaggio per Pechino e’ lento ma passa veloce, le quattro ore scarse passano tra note sparpagliate tra le mie orecchie, sguardi assonnati di cinesi, e un sedile che dopo un’ora inizia a gravare pesantemente sulla mia schiena, lasciandomi mezzo tramortito mentre scendo e vengo morso alla gola dal freddo pungente di Pechino. Incontro Daniele nel piazzale velocemente, mi da’il biglietto e mi fa i suoi auguri; lui sta partendo per l’India, lo invidio sinceramente nella mia perenne insoddisfazione di non poter vedere tutto il mondo in una volta sola, saluto la mia collega Francesca che mi raggiungera’ a Shanghai tra dieci giorni, e mi aggiro per la stazione aspettando le due ore scarse che mi separano dalla tanto attesa partenza. Ho un biglietto sleeper, uno zaino in spalla e una testa piena di idee che finalmente verranno concretizzate in una qualche nuova scoperta, immagini che presto diventeranno realta’ per sempre impresse nel mio tessuto neurale. Ho aspettato questa partenza per quasi quattro lunghi mesi passati a sognare al freddo, tra una lezione di italiano e l’altra data a svolgiati studenti cinesi che hanno avuto la grande fortuna di nascere da padre ricco, e ora sono qui, in mezzo a una grande moltitudine umana, pronto ad affrontare questo Dragone chiamato Spring Festival, a combattere contro le sue zanne e il suo alito al kerosene.
Essere in partenza alla scoperta di un mostro come la Cina, una terra cosi’ vasta che e’ difficile tracciarne i confini e i limiti umani e naturali, difficile capire dove inziano le differenze, e’ un pensiero troppo stimolante per spegnere il cervello e aspettare di essere arrivati a destinazione. La mia mente fantastica a ogni minuto, da quando faccio la fila, mostro il biglietto e mi incammino lungo il tunnel sopraelevato che porta ai binari della grande stazione di Pechino, a quando trovo la mia cuccetta e ci sistemo lo zaino, liberando le spalle da un peso, a quando mi siedo davanti al finestrino del corridioio e osservo il treno incamminarsi lento sui binari, spingendo le pesanti ruote di ferro verso territori che ho solo parzialmente esplorato nella mia precedente avventura in Shandong a Tai Shan. Sono felice, felice come quando capita poche volte, come il bambino che ancora non sa che Babbo Natale non esiste e lo aspetta aggrappato alla ringhiera della scala, osservando l’albero pieno di regali scinitillare nelle sue decorazioni multicolore nel buio di un salotto che ritmicamente si tinge di viola, rosso, giallo, blu. Ci sono poche cose che ancora mi danno soddisfazione nella mia breve ma intensa esistenza, e questa e’ forse la piu’ efficace e motivante: non sapere dove sto andando a finire.



