SHANGHAI, la Grande Perla di un oriente decadente

Tanti, troppi hanno gia’ parlato e scritto di Shanghai, ma e’ arrivato anche il mio turno. Non lo si capisce subito appena arrivati alla stazione dei treni, ma questa citta’ sta alla Cina come una vergine puo’ stare comoda nel letto di un bordello, schiacciata tra le cosce di una prostituta e schizzata dal sudore del suo grasso e calvo avventore. Il paragone e’ assolutamente calzante, essendo stata Shanghai la puttana d’oriente, la Parigi decadente dell’Est, il teatro della Guerra dell’Oppio, la casa per tanti, troppi stranieri di tappa in Cina. Probabilmente oggi, dopo la morte di Mao, dopo la trasformazione della Cina da ciclope del comunismo a terra in vorticosa espansione priva di ogni senso, Shanghai ha perso parte del suo fascino immorale, e si e’ trasformata in una mecca del consumismo made in the west abbarbicata a pochi chilometri a sud dalla foce dello Yangtze.
Questa e’ l’atmosfera che si respira tra le sue strade trafficate da auto, taxi e moltituidini umane che come formiche impazzite sciamano da un centro commerciale all’altro, da un grattacielo a un quartiere residenziale che svetta verso il cielo in decine di enormi palazzi privi di ogni attrattiva allo sguardo del nuovo arrivato. Ha un’aria borghese e strade ampie e pulite, costellate qui e la’ dai residui di un vecchio zoccolo duro di cinesi che continuano a portare avanti le loro attivita’ tra i fumi odorosi dell’olio che brucia nelle pentole dove il riso sfrigola e salta, prima di finire in tante minuscole tazzine. La sua rete di trasporti e’ imponentemente dominata da una metropolitana che spesso diventa sopraelevata e regala inedite prospettive della citta’, che vista da circa cinque metri dal suolo assume colori e sfumature diverse, soprattutto quando si sfreccia sopra le tantissime cicatrici aperte nel terreno da enormi cantieri dove il cemento, l’acciaio e la terra ancora litigano per decidere quale nuova aberrazione lanciare verso il cielo con elevazioni da capogiro. Raramente si vedono palazzi che non raggiungono i quindici piani, ed e’ uno spettacolo che magari appaga la vista, ma che allo stesso modo toglie tutto il valore a una citta’ che ancora splende nella gloria del suo passato coloniale, nell’immobilita’ senza tempo delle strette vie della Concessione Francese.
Probabilmente a tanti Shanghai piace proprio perche’ oggi e’ cosi’, ma per me e’ una citta’ troppo facile, troppo ben organizzata, troppo poco cinese per come io sto conoscendo la Cina. Arrivare qui da Qinhuangdao e’ come tuffarsi per qualche giorno in un mondo che ha piu’ a che vedere con l’Ovest che non con l’Oriente, significa trovarsi faccia a faccia con troppi stranieri che si aggirano per le sue strade togliendone il sapore squisitamente asiatico. Di cinesi, ovviamente, ce ne sono tantissimi, ma non sembrano dominare la citta’, ne sono anzi assuefatti, nascosti, relegati a ruolo di statuine di un presepe innaturale fatto di grattacieli, cemento e una pioggerella sottile che ticchetta sulla mia testa e sui tetti mentre cammino in cerca di qualcosa che mi faccia cambiare idea. Il centro si snoda tra la parte ovest del Fiume Pu, e la parte Est, sulla cui riva si affacciano i simulacri di progresso e occidentalizzazione che qui si chiamano “the Bund”: ci si arriva passeggiando per Nanjing Donglu, la strada piu’ sfarzosa, illuminata, frequentata e irrimediabilmente falsa nel suo scintillare di opulenze che fanno impazzire sia oriente che occidente, e lasciano a me una invariabile sensazione di freddezza. E’ comunque notevole trovarsi di fronte a tale esaltazione di progresso e benessere, cosi’ lontana dalla realta’ della Cina piu’ periferica, quella che la gente non vede, se non la va davvero a cercare. Fa sicuramente piacere trovare un simulacro cosi’ vicino alla nostra civilta’ in una terra lontana, fa cosi’ piacere che immediatamente capisco come qui si sia da secoli trapiantata la piu’ grande comunita’ di espatriati stranieri che la Cina abbia visto, forse anche piu’ di Hong Kong, che conserva comunque una storia e un passato totalmente differenti.
Shanghai e’ costruita sull’idea occidentale di domare la diversita’ orientale, di mettere a tacere le voci millenarie che danno all’Asia il suo magico sapore, e’ un ghetto di modernita’ solcato da un fiume che, anno dopo anno, si mangia centimetri delle sue fondamenta. E’ un porto sicuro per chi considera la Cina come una terra enorme rappresentata solo da due occhi provvisti di lenti a contatto colorate che ne alterano la vera sembianza: l’altro occhio si chiama Pechino. Passeggiando per le strade di Shanghai si resta colpiti ogni volta che si rivolge lo sguardo al cielo, da quanti grattacieli la rendano una copia strana di una citta’ americana; osservare il profilo del Bund stagliarsi sulle acque scure e inquinate del Pu e’ come guardare una copia in piccolo della skyline di Chicago, con quella torre esattamente similare alle Sears Towers, un po’ mescolata con un sapore vagamente newyorkese, che pesca anche dal londinese-parigino. Insomma, un’accozzaglia di gusti e sapori diversi sparpagliata in linea retta come degli enormi soldati di cemento e vetro che vigilano sul fiume, la loro austerita’ da baraccone spezzata solo dalla Tv Tower che come un simbolo marziano sta appoggiata ai suoi quattro piedi e sorride dalla sua testa rotonda e metallica.

Qui la Cina di un tempo probabilmente non e’ mai arrivata, non e’ mai esistita. L’unico baluardo di tale splendore puo’ essere ritrovato nel Jade Buddha temple, orgoglio buddhista celebrato da pellegrinaggi, ma in realta’ piccolo tempio affogato tra i grattacieli e il cemento, ancora sorridente nel suo caratteristico colore giallo ocra; nella Cina di oggi anche il divino diventa motivo di speculazione, con ristorante vegetariano annesso, e forse piu’ grande del tempio stesso, e biglietti di ingresso, non uno solo, ma ben due, anche per accedere alla sala dove il modesto Buddha di giada riposa dietro un pesante vetro, vigilato da guardie che ti impediscono sia di avvicinarti, sia di fotografare. Come se gli si potesse nuovamente rubare l’anima, a questo Buddha metropolitano che sta sepolto qui, incurante del progresso che gia’ torreggia alto attorno alle porte della sua dimora terrena. Incontro stranieri dai quali vengo ospitato, e mi faccio raccontare cosa e’ la vita a Shanghai. Alcuni mi dicono che sono arrivato quando fa freddo, e manca buona parte del divertimento. Altri mi fanno ancora vedere delle zone dove e’ facile trovare un ristorante a buon mercato, mangiare dei dumplings per pochi yuan, ma la sensazione generale e’ quella che le loro vite qui siano molto piu’ facili della mia, un migliaio di chilometri piu’ a nord.
Shanghai pulsa al ritmo della notte, mi si dice che trovare ogni tipo di droga e’ veramente facile, e le discoteche spuntano come funghi e fanno concorrenza a qualsiasi paese occidentale. I cinesi hanno un rapporto strano con la discoteca, e qui si puo’ vedere benissimo, si puo’ assaggiare il prezzo del progresso che costa caro come i cocktail al bancone del bar che sorseggi mentre un gruppo di cubiste in vestiti che mi ricordano qualcosa a meta’ tra i costumi di Jane Fonda in Barbarella e l’ultimo aborto creato per le passerelle milanesi si scuotono al ritmo di un groove che mi sembra preistorico, attente a non aprire troppo le gambe durante le evoluzioni per non mostrare cosa nasconde il vestito. I cinesi ballano goffi, come pupazzi a molla pilotati da uno spastico, muovono il torso e le spalle tenendo le braccia attaccate ai fianchi, come stessero correndo sulla pista. Le ragazze hanno capelli neri liscissimi e lucidi che non si muovono, sono alghe elettriche e dritte che seguono il frusciare ritmico dei loro corpi: inseguono un mito di anoressia calzata dagli inseparabili duemila diversi modelli di stivali di pelle che arrivano fin sotto la coscia, sono concubine moderne di un imperatore chiamato moda. Circondato da figli del comunismo trasformati in rampanti yuppies electro e fate morgane con gli occhi a mandorla e i tacchi grossi e sgraziati mi siedo e mi fermo ad osservare e a pensare che qui qualcosa e’ andato perduto. Lei balla sinuosa, le sue spalle simulano il movimento di un serpente in acqua, ma le sue braccia non osano uscire da una semisfera che delimita chiaramente gli spazi tra i corpi che riempiono la pista da ballo, mentre le luci strobo dipingono macchie innaturali su quelle pelli imbellettate per sembrare sempre piu’ bianche. Sono sexy, ma e’ un sexy moderno vestito da retro’, che abbaglia e reprime, non riesce ad esplodere in alcuna emozione e mi fa affogare in un mare di pensieri turbolenti che vengono infranti dalle esplosioni ritmiche che escono dalle casse. Improvvisamente un fascio di luce si infrange su un muro mentre un uomo magro, ossuto, sale velocemente i gradini di una scaletta laterale. E’ vestito con un lungo impermeabile di lattice bianco e lunghi stivali con tacco di pelle rossa che lo agguantano fino a dove il muscolo della coscia tiratissimo e anoressico si slancia per legarsi al ginocchio, e’ un manichino di carne che e’ uscito da un incubo orientale di Andy Warhol, un Mick Jagger cinese e androgino che si spalma sul muro ondeggiando le braccia dietro la testa e tenendo le gambe incrociate come la piu’ provocante puttana di lusso. E’ come guardare una lucertola bianca contorcersi bruciata dal riflesso del sole in una lente d’ingrandimento; la mia amica Selina ha il coraggio di dirmi che trova tutto questo sexy. Io ormai non ho piu’ opinioni, tanto questa Sodoma e Gomorra all’acqua di rose mi sembra gia’ vista, gia’ vissuta, potentemente inutile in tale contesto. Se questo e’ un esempio degli eccessi di Shanghai, del vizio, perfavore fermate la giostra, voglio scendere.




March 10th, 2008 at 2:31 am
ciao bello sono proprio contenta che sei li. tante cose che scrivi le penso o le ho pensate anche io (tante no, ma è giusto così). Dovrei venire in cina a maggio una settimana, in zhejiang, molto lontano da te, però ti dico meglio quando parto. un abbraccio. T
March 10th, 2008 at 3:35 pm
Grande Monkey, scrivi benissimo.
Non mollare.
Luca
March 10th, 2008 at 5:47 pm
Grazie Luca, fa molto piacere… non mollo, non mollo, ho solo incominciato!