Hangzhou, il lago avvolto nella nebbia

Io e Max ci sediamo sull’espresso D che in una uggiosa mattinata di Shanghai ci portera’ in Zheijiang, destinazione Hangzhou, la famosa citta’ che si aggrappa attorno al West Lake. In Cina esistono una ventina di laghi che hanno preso lo stesso nome proprio per imitare il successo del piu’ famoso e molte volte lodato lago di Hangzhou. La notte a Shanghai si e’ spenta coi colori dell’alba tra stupide canzoni urlate al KTV, l’infame catena di karaoke, e brindisi di cocktail a vodka e succo di limone ritmati dagli urli di “gambei”, che sarebbe il cinese per “butta giu’ tutto d’un fiato a piu’ non posso”. Le tre scarse ore di sonno sono pesanti mattoni che sbattono le mie palpebre su e giu’ sugli occhi come saracinesche scassate, ma la curiosita’ di arrivare in una nuova citta’ cinese e’ troppo grande per posticipare. In poco meno di due ore il treno superveloce, un vero pregio che mai mi era capitato di usare in altri paesi, ci lascia in una stazione trafficata e avvolta da freddo e umidita’ veramente fastidiosi. Non avrei immaginato di visitare il lago in una giornata cosi’ grigia e spenta, una di quelle che ti fa passare ogni voglia di esplorare e di vedere, con un freddo umido che taglia la pelle come mille lamette di rasoio gelide sputate dal vento attraverso i tuoi vestiti. Dobbiamo passare la notte da Kristina, una ragazza russo-polacca conosciuta su couchsurfing. Ci scambiamo alcuni messaggi a bordo stazione, tra il rumore dei pullman che partono e le urla dei cinesi che escono nel piazzale carichi dei loro sacchi di iuta misteriosi… ci si potrebbe nascondere un cadavere tagliato a pezzi in uno di quei cosi, e nessuno se ne accorgerebbe, visti gli odori d’Asia. Mentre fantastico sul contenuto del sacco che si affloscia maestoso sulla schiena di un vecchio cinese, veniamo a sapere che Kristina sta per andare al lavoro e che ci incontrera’ solo dopo le 6, quindi abbiamo sette ore buone da sbarcare con zaini in spalla, pioggerella sottile che inizia a spruzzare la citta’ e un lago da girare a piedi. Prendiamo un bus turistico e poco dopo siamo sulla sponda sud, e qui e’ ancora piu’ umido. La costa bassa riflette le basse colline verdi circostanti in uno specchio d’acqua scura, senza sole a giocare tra le sue onde flaccide. Secoli fa Marco Polo arrivo’ in questa citta’ e, a quanto si dice, ne rimase cosi’ estasiato da chiamarla la piu’ bella d’Asia; sono sicuro che l’acqua di questo lago ha visto giorni e colori migliori, ma vedere le isolette avvolte nella nebbia, le pagode uscire timide ma imperiose dalle cime boscose delle colline, la nebbia prendere la forma di basse nuvole che nascondono i contorni delle cose, tutto questo conserva ancora qualcosa di magico.
Se siete stati in Cina o ci verrete, quando userete le banconote da 1 yuan, dietro la faccia severa ma placida di un Mao un po’ grassoccio troverete l’immagine di tre colonne che spuntano dall’acqua e terminano a punta, con un buco al centro. Sono i pilastri dove si mettono le Pietre della Luna durante le notti di plenilunio, fanno la guardia di fronte alla piu’ grossa isola che si trova nella parte nord del lago. C’e’ anche un percorso che, intervallato da ponti, porta da una sponda all’altra.
Non c’e’ ovviamente molta gente con noi attorno al lago, ma essendo troppi i cinesi, e’ impossibile trovarsi in qualsiasi posto da soli; alcuni ci guardano mentre passiamo, chi soffocando una risatina, chi non facendoci troppo caso, ma rimane sempre strano essere uno straniero in Cina. E’ qualcosa che ha a che vedere con la tua faccia, e quella non te la puoi togliere. Arriviamo appena in tempo per prendere l’ultima barca che fa il giro delle isole, e ci sediamo al freddo, aspettando cullati dal moto silenzioso delle onde. Tutto attorno a noi le navi attraccate dondolano calme, e una grossa a forma di drago rompe la monotonia dei lunghi scafi di legno, alzandosi maestosa nel suo splendore da turismo kitsch. Una cosa che stona completamente sullo sfondo grigio di questa giornata di meta’ gennaio. Attraversare il lago e’ come lasciare il mondo dei vivi ed entrare in quello dei morti: la nebbia si infittisce, il freddo aumenta e le mie dita tremano stringendo la macchina fotografica che si rifiuta di avere una messa a fuoco decente. Probabilmente in questa giornata i morti non vogliono essere fotografati. Le isole sono piccole oasi di verde ossessivamente curato, intervallate da strutture di pietra che si fondono in piccoli templi, archi e pareti la cui porta e’ un cerchio perfetto ricavato nel muro. Era la prima volta che vedevo delle porte del genere, e’ un’architettura che non si trova facilmente nella Cina del Nord. Starci davanti e guardare attraverso da’ l’effetto di osservare un quadro o un bassorilievo particolarmente autentico, l’impressione come se oltre il cerchio ci fosse qualcosa che non appartiene al paesaggio, qualcosa di alieno. Vedere i rami delle piante spuntare dai controni della porta e’ come contare le dita di creature filiformi che si nascondono al varco di un’altra dimensione. Sara’ la nebbia che rende il tutto piu’ surreale, ma per qualche momento dimentico dove mi trovo.
Quando finalmente arriviamo di fronte alle tre colonne, inizio ad odiare la nebbia che mi ruba la visuale. Spuntano come protuberanze malaticce da un fondo di acqua scura e immobile intervallata da onde circolari, il grigio le trasforma in teste senza occhi che guardano tristi verso di noi e ci contano, ci scrutano senza vederci. Quando una cinese ci fa segno di tornare sulla barca,
ci stipiamo assieme ad altri gruppi e torniamo sulla riva completamente avvolti dal nulla. Sembra di viaggiare sospesi nel tempo, non riesco a trovare un riferimento attraverso i vetri sporchi e puntellati di gocce d’acqua. Quando torniamo a camminare sulla terraferma, e’ ancora troppo presto per incontrare Kristina, e siamo intirizziti dal freddo. Il cappuccio della mia felpa e’ rigido e gonfio di umidita’, e nonostante i guanti ho le mani che bruciano di freddo. Entriamo in uno Starbucks per cercare caldo e un caffe’ decente. Di questo voglio dire, non nego che il loro caffe’ sia buono, ma non capisco l’atmosfera di questi posti. In America, la gente ci si ritrova, ci passa il tempo, ci studia e spesso ci va per fare degli incontri. Qua in Cina mi sembra uguale. A due passi dal lago, tutta l’atmosfera si riduce a un posto che e’ fuori luogo solo perche’ le cameriere cinesi smozzicano solo poche parole di inglese. Ci sono molti stranieri qui, sprofondati in comode poltrone a leggere libri o navigare su internet, sorseggiando frappuccinos, cafe’ mocha o lattes. E’ ovvio che il tepore e un buon caffe’ mi fanno ritornare nel mondo dei vivi, ma e’ proprio questo mondo che non riesco piu’ ad inquadrare. Sono vivi o sono morti? Non trovo risposta, so solo che mi sento diverso dai tanti che come me sono qui, chi per insegnare, chi per lavorare per i cinesi finche’ non si stancheranno di averci tra i piedi. Non trovo una risposta precisa, e mi perdo nella piccola bolla trasparente che si infrange ed esplode ogni volta che muovo lentamente la tazza piegando il polso verso di me.



