Suzhou, la citta’ d’acqua Parte 1

Diciamo che Marco Polo nel suo Milione quando giunse in Jiangsu o aveva tante lodi rimaste da sperticare, o piu’ probabilmente era stato servito e riverito a pane e concubine dai cinesi fino a stare male. Fatto sta che anche Suzhou ha ricevuto grandi elogi da parte dell’esploratore piu’ famoso del mondo. Io e Max ci arriviamo di sera tardi dopo un’altra giornata spesa attorno al lago di Hangzhou in circa tre ore, e abbiamo poco da fare se non filare diretti a casa di Christian, ragazzo tedesco conosciuto tramite Couchsurfing. Lui e’ un grande: si beve, si mangia e si sta di lusso nel suo appartamento all’ultimo piano di un condo residenziale affittato dalla sua ditta tedesca che lo ha spedito qui a lavorare per tre anni. Riesco anche a farmi una doccia stile Hilton alle due del mattino sapendo che comunque mi dovro’ alzare alle sette per i suoi impegni di lavoro, ma viaggiando in certe condizioni raramente puoi lasciarti sfuggire queste cose. La mattina dopo approfittiamo di un sontuoso breakfast aziendale a base di caffe’, succo d’arancia, fette biscottate, bacon, uova e chi piu’ ne ha piu’ ne metta… inutile dire che gia’ questo mi serve a categorizzare Suzhou come un altro posto dove la Cina la si vive in una maniera diversa, diciamo piu’ moderna. Dietro ai meravigliosi resti di una civilta’ ormai scomparsa che sono pero’ conservati con il massimo rispetto e cura si nasconde una citta’ rampante, quasi cosmopolita, ordinata, pulita e solcata da tanti, ma non innumerevoli come la leggenda dice, canali dove scorre acqua. Le strade sono piene di moto elettriche e di bici rickshaw che sfrecciano da tutte le parti e immancabilmente si fermano davanti a noi stranieri per chiederci dove vogliamo andare. Il tempo e’ come ad Hangzhou, una nuvola costante che getta pioggia e neve a intermittenza, rovinando sicuramente quello che altrimenti sarebbe potuto essere uno spettacolo da pelle d’oca, ma non ce ne curiamo piu’ di tanto. Vogliamo visitare i famosi giardini di pietra, e cosi’ faremo. Mi trovavo bene a viaggiare con Max perche’ anche lui, mai sazio di vedere come lo sono io, ama calcolare al minuto e non ne spreca molti in cose inutili. A dire il vero non so da cosa venga questa mia malattia, ma e’ qualcosa di strano che mi prende e non mi permette di rimanere calmo, di rilassarmi. E’ un sentimento mercuriale che mi fa schizzare ai quattro angoli del globo a cercare qualcosa che in verita’ ancora non so cosa sia, e spesso non e’ piacevole. Suzhou comunque e’ uno di quei posti che, con un po’ di buona volonta’, si fanno amare e osservare e toccare in poche ore, e piu’ lentamente in un paio di giorni, anzi, probabilmente nemmeno quelli. E’ quell’aria che si respira passeggiando per la via principale, un misto ben calibrato di meraviglioso vecchio e sfavillante nuovo che si colora di immenso quando arriva il crepuscolo e l’aria si gonfia di luci, passando da un violaceo corposo a un nero puntellato di luci e insegne al neon che tremano al di sopra dei passi concitati della gente. Il cuore di questa citta’ e’ una modernita’ cinese che non disturba perche’ e’ avvolta nella storia, nella bellezza, nell’armonia di forme e colori che potrebbero sembrare contrastanti, ma che invece continuano a fare all’amore all’infinito. Come e’ impossibile non desiderare di fare la stessa cosa con le donne e le ragazze che sgambettano al suono di tacchi alti e si buttano da un negozio all’altro, da una luce all’altra; sono belle, alcune delle piu’ belle, ben vestite e tenute femmine cinesi che io abbia visto sin’ora. Sinuose, capelli sempre neri rigorosamente lisci e lunghi e terribilmente sensuali che ricadono su schiene dritte che ricordano fattezze elfiche, labbra colorate di rosso in maniera sapiente, sguardo alto, mento che si muove ritmicamente a seguire il movimento delle gambe alzate dai tacchi e il seno che va su e giu’, sia per il respirare composto, sia per l’oscura emozione di essere osservate. Da tutti. Perche’ e’ impossibile non desiderarle, almeno una volta. Tra elfe erotiche e insegne luminose di KFC e altre aberranti installazioni occidentali, il tempio buddhista rimane in disparte sornione, emanando austerita’ e calore dalla sua posizione laterale. E’ circondato da basse mura, come una cancellata di archi aperta, e ha un meraviglioso schema di panchine, piante e rampicanti tutt’attorno. Inutile dire che questo serve probabilmente ad attirare quelle stesse meravigliose creature, quegli elfi cinesi che durante le sere d’estate si siedono qui, e qui cantano il proprio lamento d’amore… o lamento all’amore, una sottile differenza. Insomma, una cosa che raramente si vede in Cina, dove nella periferia marittima dove vivo io alla sera le uniche persone che vedi sedute sono i venditori ambulanti che stanno reclinati sul loro carretto, sdraiati tra un mucchio di mele e una piramide di banane.



