Suzhou, la citta’ d’acqua Parte 2

La particolarita’ di Suzhou nasce appunto dalla sua maniacale idea di perfezione, di rilassamento, di ottenebramento. Camminare nel Giardino del Maestro delle Reti o dell’Amministratore Pensoso e’ come mettere piede nel nido di un ragno di diamante che ha tessuto la sua tela radioattiva per anni, corrodendo il paesaggio tutt’attorno secondo una sinistra simmetria che ha un senso macabro solo nelle pieghe del suo cervello di cristallo. Le pietre e i padiglioni sembrano tagliati da una spada antica, dal bisturi di un chirurgo folle. Uno di quelli radiati dall’albo, magari con un passato da macellaio di ebrei nei campi di sterminio. Immaginate uno di quei personaggi che sono tanto cari alla mitologia splatter riportata in voga da Eli Roth coi suoi Hostel: una persona sicura, ferma, professionale. Immaginate che il suo bisturi tagli pezzi sottili da un corpo, magari di donna, che lo affetti con precisione, rivelando gemme di carne che spuntano sopra il bianco delle ossa, come affettare qualcosa in parti sottili e segmentate, lasciando buchi precisi, di una precisione disarmante. E’ come un corpo che si sta lavorando, rimodellando. E’ il dare forma a una carcassa, a qualcosa che prima non aveva un senso. Questo e’ quello che proverete quando cercherete di capire queste pietre, e’ qualcosa che va oltre la normale comprensione del nostro cervello. Una bellezza obliqua o smerigliata in tante piccole fessure piu’ o meno scure, nata dall’arte del saper togliere, dello scolpire una pietra come se doveste toglierle la vita lasciandovi cicatrici lunghe, lente, dolorose e profondamente artistiche. C’e’ del tenebroso dietro tutto questo, e la ferma perfezione di questi corpi di roccia mi inquieta nell’aria grigia e piovigginosa di questa giornata di gennaio. Sono posizionate tra il verde e i cespugli, sovrastano canali d’acqua verdognola e affiancano piccoli ponti bassi che creano una geometria infettiva per gli occhi e per i sensi. Camminare attraverso questi padiglioni e’ un viaggio diverso di per se’, ritagliato all’interno di un’altra dimensione che non si percepisce nella moderna atmosfera cittadina. Ha un altro gusto e un altro senso.

Come ha un particolare paesaggio e ambiente Tiger Hill, la collina dove si erge la piu’ antica pagoda di pietra della Cina orientale, che svetta pendente, come una Torre di Pisa asiatica. Ha tante finestre che ti guardano nel cielo grigio e pioviggionoso come tante orbite di occhi senza bulbi, circondato da un parco dove leoni di pietra dalle facce terribilmente stravolte, ridenti o urlanti fanno la guardia sulla cima dei ceselli delle ringhiere e delle palizzate. Un giardino di bonsai si stende per metri e metri nella parte bassa del parco, ai piedi della collina, e da’ l’impressione di essere dei giganti venuti a camminare in una foresta dimenticata dal tempo, ma curata con attenzione maniacale da fantasmi di un passato ormai morto e putrescente. E’ questo tempo grigio che probabilmente mi fa percepire la sensazione del tempo andato, ma non e’ una cosa spiacevole, anzi, rinforza i sensi. Ti fa sentire parte di qualcosa di nuovo e innaturale. Mi piace, mi fa innamorare di questi posti e di questa citta’ che ricordero’ sempre come una delle piu’ belle d’Asia viste sino ad ora, avvolta dai suoi misteri d’acqua e cullata dai canti di tante donne che come creature sinuose di una foresta incantata attirano i viandanti verso una fine certa. Un po’ come delle banshee dagli occhi a mandorla; questa e’ Suzhou, un canto che quando ti avvicini di piu’ per afferrare appieno si trasforma in un grido e ti tira giu’, ti succhia anche l’anima fuori dalle orbite.



