Il mio arrivo nel Paese del Sol Levante
… e finalmente sono di nuovo libero, lontano da quella che non mi piace chiamare casa. Una nuova passata sulla lavagna della mia esistenza ha riportato la superficie piatta al suo lucido splendore, e ancora tutta da scrivere.
Ho preferito aspettare due settimane dal mio arrivo in Asia prima di inziare a scrivere perche’ volevo assorbire le differenze prima di dire qualcosa di cui mi sarei pentito, prima di dare un’impressione sbagliata dei miei sentimenti in questo preciso momento della mia nuova vita in viaggio. Ora posso dire che l’Asia, e la Cina in particolare, mi hanno accolto a braccia aperte. So gia’ che molti viaggiatori rideranno di me, che ancora non sono sceso nei territori cosiddetti magici del Sud Est asiatico, ma la Cina del Nord Est mi sta dando vibrazioni molto positive.
Sono arrivato a Qinhuangdao volando a Pechino, da solo, come al solito; una simpatica vecchietta cinese di stanza a Vienna da anni ormai mi ha intrattenuto col suo buon inglese raccontandomi di come sono fortunato a non andare a stare a Pechino o a Shanghai, che, a parer suo, non rappresentano la “vera Cina”. Lei stava tornando a visitare parenti e amici, e a fare del volontariato in qualche provincia del centro cinese che, onestamente, non ricordo. Ero gia’ pronto ad affrontare un’idea di diversita’ dall’enormita’ di citta’ come quelle, ma l’idea di provincia, ovvero l’orribile realta’ italiana da cui vengo, non era esattamente il progetto ideale per passare un anno di ritiro cinese. Passo la dogana tranquillo e sereno, e mi aspettano all’aereoporto Frieda Qu, rettrice della facolta’ di lingue della Hebei Normal University of Science and Technology, e un autista che sembra la versione asiatica e dalla pelle scura di Bombolo. Si comincia bene… durante le tre ore di viaggio in auto tra l’aereoporto di Pechino e Qinhuangdao inizio a capire che da questa parte del mondo veramente non ci sono ancora stato: la gente guida come pazzi, vedo sorpassi allucinanti, il clacson perennemente schiacciato, mi colpisce veramente negativamente un camion che vedo trasportare due strati di gabbie piene di cani sporchi come mastini venuti dall’inferno. Il sole si abbassa lentamente e io mi addormento ripetutamente per via del jetlag, risvegliandomi con la sensazione di avere un posacenere di un chilo infilato in bocca.
.jpg)
Appena imbocchiamo l’uscita autostradale di Qinhuangdao ho il primo culture shock del viaggio: la citta’ e’ piccola per la Cina, ma fa 2 milioni e mezzo di abitanti, quindi fa comunque il suo discreto effetto di piccola metropoli asiatica, divisa tra costruzioni ultramoderne, tanti grattcieli finiti o in via di costruzione, che svettano nerastri contro l’azzurro inquinato del cielo, e viottoli non asfaltati dove cinesi di tutte le eta’ vendono verdure, cibo e vestiti su bancarelle o stuoie stese nella polvere. Dietro di loro vedo gente entrare e uscire da costruzioni fatiscenti, che a una prima occhiata sembrano vecchie officine italiane semiabbandonate, ma che qui hanno l’aspetto di botteghe e negozi di seconda classe. Mi pesano gli occhi e la sensazione di essere arrivato in un nuovo continente si mischia al jet lag dandomi brividi di sonno a ogni curva, e facendomi ghignare ogni volta che l’autista schiaccia sul clacson sfrecciando a pochi centimetri da malcapitati che passano in mezzo a strade superaffollate come se fossero su un marciapiede. Non avevo mai visto le moto elettriche prima d’ora: ingegnose motorette che non fanno rumore e ti sfrecciano da tutte le parti, alimentate con l’elettricita’ per contenere l’inquinamento, guidate da donne, uomini, bambini, spesso da tutti e tre assieme sullo stesso mezzo. Arriviamo all’universita’, dove vengo portato all’ottavo piano per vedere il dipartimento linguistico e ritirare il programma delle lezioni della mia settimana a venire: dalla terrazza si vede il mare e il grande stadio olimpico che ospitera’ le partite di calcio della prossima edizione Olimpica Beijing 2008. Il mare e’ calmo e piatto, scuro, l’acqua e’ densa e mi ricorda sia per il colore, sia per la luce un po’ fosca del primo crepuscolo, uno dei tanti mari giapponesi visti nei tanti film di Godzilla che hanno migliorato alcune delle mie giornate italiane. Sembrerebbe che da un momento all’altro il mostro volesse spuntare fuori, lento e minaccioso, pronto a schiacciare con la sua coda le pareti del nuovo stadio appena costruito e probabilmente ancora inutilizzato. Un gruppo di professori cinesi mi guardano disinteressati, masticando semi di girasole e sputandone le bucce sul tavolo; qualcuno sta lavorando ai computer, qualcuno si accorge di me, e finalmente la segretaria, un donnone paffuto sulla cinquantina, mi accoglie dandomi un orario scritto in cinese, e sparando a zero in un altrettanto incomprensibile cinese. Cominciamo bene.
Cerco di fare capire che non parlo questa lingua, e, come risposta, dopo due sguardi misti tra la compassione e la simpatia, vengo nuovamente travolto da un fiume di idioma incomprensibile. Finalmente una assistente che si fa chiamare Carol mi spiega in terribile inglese che avrei avuto un giorno di riposo, e mi da’ l’orario scritto in inglese. Chiedo i libri di testo e se e’ possibile utilizzare altri materiali, qualche laboratorio di lingua, videocassette, dvd… la reazione e’ abbastanza sorpresa. “Ma come, non si e’ portato i materiali dall’Italia?”
“Veramente no… sul contratto c’e’ scritto che a questo pensavate voi”
Le donne si guardano, io mi sento il cervello depressurizzare lentamente, adattarsi agli odori e ai colori di quelle pareti bianco spoglio, voglio lavarmi e dormire. Altro cinese che scivola sul pavimento e io che lo calpesto coi Dr. Martens, finendoci dentro, in sabbie mobili culturali che ci separano di anni, forse secoli luce.
“Bene Marco, avra’ i suoi libri, puo’ iniziare a insegnare”
Non ho voglia di commentare, ne’ di replicare. Immaginavo una situazione del genere e, sebbene l’edificio sia moderno, il campus circostante ricordi un’universita’ americana e le strutture siano sicuramente di prim’ordine, mi preparo al peggio: devo ancora vedere il mio alloggio. Non credo che molti conoscano le condizioni in cui molti cinesi vivono: un esempio classico e’ la casa-bottega. Ti capita di entrare in un negozio e di sentire un forte odore di rancido, come di camera da letto mal areata; chiedi informazioni, il commesso non le sa o non sa parlare in inglese, e improvvisamente da una parte del muro in cui pensavi ci fosse solo una tenda sporca si affaccia una vecchietta che sta dormendo su un paio di stuoie messe alla buona su un soppalco. Ovviamente nemmeno lei parla una parola di non cinese, quindi la cosa da fare e’ portarsi dietro uno studente o un amico che ti aiutino a comprare quello che ti serve. Un amico professore che ha insegnato in Cina prima di me e lavorato con il mio stesso agente, il famigerato Frank Zhang, mi aveva raccontato che, al suo arrivo, il bagno era nient’altro che un buco nel pavimento da cui uscivano scarafaggi e creature d’inferno asiatico sotterraneo.
Ero pronto al peggio, insomma, invece qualcuno dall’alto ha probabilmente deciso di lanciarmi una buona maledizione: la camera e’ spaziosa e ha un bagno privato con trono e lavandino, la doccia e’ semplicemente un erogatore attaccato al muro, quindi quando ti lavi va acqua per terra dappertutto, il letto e’ grande e nuovo, cosi’ come i pochi mobili che decorano le pareti bianco manicomio. Considerato che la mia ultima casa americana e’ stata un divano con la base reclinata dove per tre mesi non potevo nemmeno dormire girato sui fianchi e che non sono il classico italiano che per due dita di polvere chiama la Guardia Nazionale, ero veramente sollevato e soddisfatto. Non volevo pensare alle lezioni, agli studenti, al contatto con i cinesi, tutto quanto sarebbe venuto dopo. Voglio fare una doccia ma mi accorgo che una presa della corrente nel muro e’ scoperta, quindi per evitare di morire fulminato mi rinfresco un po’ nel lavandino e mi preparo a fare conoscenza con un’altra insegnate di Italiano, Francesca. Nessuno mi aveva detto che non sarei stato solo, ma la cosa, ovviamente, mi fa solo piacere. Francesca e’ una ragazza di Lecce, studiosa di traduzione italiano-cinese prima a Lecce e poi a Venezia, minuta e con lunghi capelli lischi, lineamenti dolci ma marcati: mi piace subito, capisco che possiamo intenderci bene. Mi spiega un po’ come funziona la vita nel dormitorio, e io la accompagno al supermercato vicino alla scuola per fare una minima spesa, mentre il mio cervello stanco cerca di tirare i fili rimasti ingarbugliati tra Vienna e Pechino. Quando finalmente mi ritiro in camera e la mia schiena puo’ riposare in posizione orizzontale inizio a pensare a tante cose, cullate dai riflessi delle auto che sfrecciano alla mia destra nella strada sottostante, e accompagnato dai rumori del vociare dei cinesi che vendono e cucinano noodles, panini al vapore e frittate alla verdura sino a sera tarda. Sono arrivato in Asia, il terzo continente che mi sono deciso ad esplorare. Dovro’ stare qui quasi un anno, questa stanza sara’ la mia casa. La stanchezza si tramuta brevemente in un frusto mietitore che rende i miei pensieri degli incubi di carta che strisciano sulle pareti e sul soffitto, minacciosi, che vogliono mangiarmi. Sono nuovamente a migliaia di chilometri da casa. Sono in un paese che pare ostile, dove la gente non parla la mia lingua. Sono in Cina, il cuore pulsante dell’Asia, e dietro all’universita’ una grossa fabbrica come quella dove lavora Homer Simpson soffia fumo grigio nel cielo, e tra questi pensieri mi addormento tra il deliziato e il terrorizzato, non sapendo come andra’ a finire, non sapendo che cosa scrivere impugnando il gesso per la prima volta davanti a questa nuova lavagna asiatica.






