Il mio modesto contributo alle Olimpiadi di Pechino 2008 Pt.2

Ci fanno strada lungo un corridoio, dobbiamo seguire due belle ragazze vestite in maniera sportiva, con cappellini da baseball e tute firmate Adidas e Nike, fino a una stanza che dal fondo del corridoio splende di luce innaturale. Una troupe di tecnici sta montando gorsse luci alle pareti, alcuni fissano pannelli argentei alle finestre, altri fanno schermo alle pesanti lampade con maschere di carta bianca che intensifica la luce tanto che mi danno fastidio gli occhi. Un cinese alto e ben piazzato con gli occhiali gesticola tranquillamente, e la gente si sposta al suo comando; dalla parte opposta della sala, tre ragazze sorridenti in tenuta sportiva stanno sedute dietro una grossa scrivania, con una toppa della bandiera cinese cucita sopra il seno sinistro.
Ci dicono di sederci nelle prime tre file di poltrone imbottite di quella che sembra una piccola sala conferenze, mentre gli elettricisti attaccano i cavi e accendono e spengono i fari, provando gli effetti di luce, e ogni volta che una lampadina sfarfalla la stanza cambia di intensita’, il suo colore e i rumori sembrano innaturali. Prendiamo posizione, e tutto e’ veloce mentre le tre ragazze sorridono soddisfatte, e il regista ci consegna dei finti pass da mettere al collo.
Noi dobbiamo interpretare un gruppo di giornalisti pronti a fare domande all’atleta piu’ osannata, che dopo pochi minuti scopriamo essere una sosia dell’originale, di cui non riesco ad afferrare il nome. Mi fanno cambiare posto tre volte prima di essere soddisfatti, poi ci spiegano che dobbiamo alzare la mano facendo finta di voler chiedere qualcosa. Non faccio nemmeno in tempo a provare, che vedo qualcuno scattare fotografie e mi rendo conto che stanno gia’ riprendendo, c’e’ una grossa telecamera che ci sta alle spalle, un occhio digitale che ci ruba le anime, allora tiro fuori la mia macchina fotografica e inizio a scattare qualche foto anche io, come un reporter professionista. Le due ragazze in tenuta sportiva sorridono e si muovono all’unisono alzando le mani, una perfetta pantomima di interesse per qualcosa che non sta succedendo. Mi fanno spostare ancora e il regista chiede a uno degli americani, l’unico che veste in camicia e ha un’aria un po’ piu’ anziana degli altri, di andare dietro un leggio e fingere di essere il moderatore della conferenza. Lui fa una prova, poi ringrazia gli invitati e da’ inizio alle domande, e nemmeno ci accorgiamo che questa performance e’ gia’ stata filmata e gli operatori stanno gia’ smontando la camera per posizionarla di fronte a noi per una nuova inquadratura.
A questo punto Francesco, che era stato messo a sedere in prima fila, deve fare una domanda in cinese, lui che sa parlarlo abbastanza bene. Ha una camicia e una barba nera alla Chuck Norris e probabilmente sembra il perfetto modello di reporter occidentale agli occhi dei cinesi che si muovono trotterellando coi loro fardelli di fari e luci per la stanza, mandando ondate di illuminazione bianca su per le pareti ad ogni passo. Gli danno un foglietto dove c’e’ una traccia della frase che dovra’ dire, e lui legge mentre in due gli montano una grossa telecamera di fronte, preparando un piano americano invidiabile. Noi stiamo sullo sfondo, io sto in terza fila e sino ad ora, a parte cambiare posto, non ho ancora fatto proprio nulla. No, e’ vero, ho alzato la mano tre volte. La bella sosia dell’atleta si mette sorridendo di fianco alla camera, e il regista dice a Francesco di guardarla negli occhi mentre parla. Un ragazzetto si presenta con un ciak e mentre si prepara, a noi viene detto che, dopo aver sentito un suono, dobbiamo tirare giu’ le mani alzate. Motore…azione…ho la mano alzata… sento un suono e la abbasso come gli altri, poi Francesco dice la sua frase e le luci continuano a ronzare. Il ciak alla fine riscatta, con un suono plastico. Mi rimetto in posizione, pronto a ripetete la scena almeno quattro o cinque volte, e invece no. Con un gentile cenno della mano, veniamo invitati ad uscire. Mi sento un po’ orgoglioso e stupido allo stesso tempo mentre percorriamo il corridoio in direzione contraria, stavolta verso la porta d’uscita e la reception. E’ stato tutto cosi’ rapido, asettico, in parte anche inutile. Mi viene da chiedere che cosa ci faranno, con quel filmato, e mi viene risposto che sara’ montato e “sara’ trasmesso durante la propaganda agli eventi olimpici, in tutta la Nazione. Forse anche nel resto del mondo”.
Onestamente, mi viene un po’ da sorridere a vedere Francesco e la sua barba su un televisore, con una famiglia cinese che guarda e ascolta, e i miei capelli ricci e la mia giacchetta di jeans sullo sfondo, con la toppa dei Sun Studios gialla a fare di me un perfetto reporter internazionale. Come mi viene da ridere a vedere l’amico americano che invita alla discussione, serioso ma pacato, mentre in testa mi risuona la sua alta risata ubriaca compagna di tante serate invernali fredde fuori come bollenti di liquore dentro i nostri stomaci. Mentre usciamo, incrociamo un non so quale attore cinese molto famoso che gira in tuta da ginnastica e mi sembra un inserviente, piu’ che un attore, e i nostri direttori ci chiedono di fare una foto ricordo tutti assieme. Mentre se ne va, l’autista che ci aveva accompagnato arriva e molla un pacco di banconote da cento in mano al nostro direttore, che se le palpeggia un po’ prima di aprirne la rosa rossa e far scivolare tre ritratti di mao purpurei in mano a ciascuno di noi, trecento yuan tonde tonde per una scarsa oretta di “lavoro”, per aver prestato i nostri musi occidentali alle telecamere cinesi.
Mi sembra un azzardo ma la cosa mi fa molto piacere, non solo per la quantita’ di soldi, paragonabile a un trecento euro caduti dal cielo nelle nostre mani, ma anche per scucire qualcosa di mio al mostro olimpico. E’ una bella sensazione, mentre ci dirigiamo verso l’uscita e fermiamo un paio di taxi per ritornare a casa. I ragazzi nelle loro tute sportive ancora stendono panni o guardano il niente fuori dai loro dormitori, un po’ come schiavi in libera uscita, e non capisco che cosa ci stiano a fare, li’ e proprio in quel momento. Intanto la citta’ tutta attorno risuona di rumori di traffico, risate e sfrigolare di pentole mentre il taxi prende velocita’ e l’aria fresca della sera di maggio sferza attraverso il finestrino mezzo aperto. Siamo tutti inebetiti e felici, il potere dei soldi facili. Che mi fa pensare a troppe cose contemporaneamente, tante brutte, poche belle. In ogni caso, nel mio piccolo ho partecipato a questa Olimpiade cinese che poco mi interessa ne’ mi appartiene, preso come sono dal mio mondo tutto mio. E inizio a pensare alla mia sagoma in televisione, l’ombra di un infiltrato nel grande disegno cinese, un piccolo mostro sprofondato in una sedia laterale, nascosto, mentre il mondo impazzisce e si fa frullare le palpebre da questa informazione costruita con le luci e i cristalli da sapienti e piccole mani orientali…




June 21st, 2008 at 9:56 pm
yo!!
sono un tuo compaesano a beijing!
dove stai?
in che scuola insegni? martedi ho un colloquio anch’io, che il rock n roll ti assista!
YO!!
staephano@hotmail.com