Cambogia, tuk-tuk, marijuana e grandezza Khmer
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Dopo una ventina di giorni di pressioni vietnamite, compra compra, soldi soldi, sei un portafogli ambulante, perchè non compri maledetto bianco, scappo da Saigon con un bus diretto in Cambogia, Phnom Penh.
Per cominciare, la Cambogia: un paese che solo 30 anni fa si è vista scotennare da un genocidio organizzato da mister Pol Pot, bieco ex insegnante con mire maozedonghiane che ha raso al suolo la cultura imponendo a questa povera gente di lavorare nei campi o di… morire. Quando dicevo Cambogia agli sparuti amici rimasti a casa a ossidarsi i cervelli nel menegramismo italiano di oggi, sorrisetti, mani messe col pollice e indice fuori a indicare pistole, battute strane. Oggi sono qui, e dopo il Vietnam, adoro questa Cambogia che pare la sorella cattiva e maldestra del Laos, quella che invece che offrire caramelle e sorrisi offre pompini e bustine piene di polvere bianca. Ma non è solo così, e basta grattare sotto la scorza di apparenza per rendersi conto della genuinità della gente, della sua onestà , dei suoi sorrisi, della sua bellezza. Donne bellisime, per inciso, sembrano europee vagamente pittate di asiatico, con la pelle scura. Un esordio di Thailandia, misto a quel che mi immagino troverò in Indonesia.
Phnom Penh è una città egregia, sorniona e malvagia al contempo, rumorosa di giorno e silente di notte, persa nei suoi viali ombrosi e nell’enesimo Mekong che adesso, ogni volta che incrocio mi dice “A Marco, ma quando è che ti levi dai coglioni e te ne vai da qualche altra parte? Mi stai seguendo un pò troppo!”. La popolazione locale è alternata a un gruppo sortito di expat che si aggirano evidentemente drogati per le strade e i locali, esibendo sorrisi enormi e cercando una sedia per guardarsi in diretta satellitare qualche partita del Liverpool che onestamente a me non interessa per niente, e mi pare anche fuori posto. I sapori sono delicati e la carne la fa di nuovo da padrona, con un Lok Lak da leccarsi i baffi, ovvero strisce di carne di manzo rosolata con pomodori, insalata, patate e un bell’uovo a condire la cima fumante del piatto. Amorevole, dopo settimane di Pho e involtini vietnamiti che, seppur deliziosi, sapevano anche quelli delle fregature che tale gente ti vuole infilare da tutte le parti.
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Incontro un olandese che vive da tre mesi in un ostello guardando 4 film al giorno e ha smesso di fumare erba perchè ormai non gli faceva più alcun effetto, simpatico, camminava senza scarpe per la città e ci sorrideva, e io non capivo come fosse possibile non aver un pò di rispetto per i propri piedi. Mi fermo a dormire nel ghetto backpacker di Boeng Kak, il lago che occupa la parte centro nord della città , nella meravigliosa Guesthouse 9 che è praticamente un lounge bar dedicato al rilassamento (con o senza marijuana)che galleggia sopra il lago. Quando piove troppo, le camere al primo piano dove alloggio con gli argentini Martin e Matias, compagni di dieci indimenticabili giorni vietno-cambogiani, si allagano, e il passatempo ogni mattina è di contare quegli ultimi due centimetri, che pericolosamente scompaiono ogni volta che un’onda ci sbatte acqua quasi sui piedi.
Il cesso è intasato quasi sempre, ma va bene cvosì, l’atmosfera è indescrivibilmente positiva, a parte un gruppo di arcigni vecchi americani, tra cui si distingue un unto capellone senza un braccio che dalle sette del mattino fuma sigarette seduto in una sedia, guarda la CNN e si lamenta di tutto quel che è politica americana. Sono convinto, non so perchè, che sia un veterano del vietnam finito in qualche modo a svernare la sua strana vita in Cambogia, ma non oso chiederglielo perchè mi sembra troppo assorto nei suoi deliri di fantapolitica e televisione. Phnom Penh è così, una piccola metropoli di tranquille, inncoue perversioni, che mascherano la più grande, quella di uno sterminio di tre milioni di persone che ancora gronda sangue e sentimenti maligni dalla scuola Tuol Sleng, l’infame S-21, che si visita con una mano davanti alla bocca da quanto può far male. Le fotografie in bianco e nero delle vittime, tra cui tante donne e bambini, ti guardano a un momento prima di affrontare la morte. Fanno paura e sembrano vivi, e i teschi in esposizione sono ancora più raccapriccianti di quelli che trovo a Choeung Ek, i famosi Killing Fields, impilati dentro uno stupa enorme, a guardarmi con quei grossi occhi vuoti.
Molto di più su Phnom Penh in un prossimo post, vi dico solo che ci tornerei per insegnare e vivere, per un pò. Mi incanta la tenace decadenza che vi si respira, i signori che ti offrono un tuk-tuk, e sistematicamente quando dici di no passano alla marijuana, così insistentemente e ovunque che è una cosa che non attrae neanche più, in un caso laterale.
E Siem Reap e i templi di Angkor, follia in pietra, che ti fa sentire stupido perchè sei un essere umano di oggi, e non di ieri, quando probabilmente, tutto aveva un senso più profondo, e non solo per questo paese pieno di stigmate e cicatrici, che in trent’anni ha fatto passi avanti che non ci credereste. Soli 30 anni… e io penso all’Italia, ogni giorno, mentre sto qua e vedo i poveri che sono i più ricchi del mondo. Perlomeno, dentro al cuore e in fondo all’anima.







November 29th, 2009 at 7:24 am
Ciao Marco, è da un po che seguo il tuo blog, complimenti per il tuo viaggio e anche come scrivi. è piacevole leggerti. Mi sono soffermato su questo post, perchè tra poche settimane lascerò l’australia per andare in cambogia. Visto che sei già andato volevo chiederti qualche informazione riguardo la scuola di Sun Saveth.
grazie
ci sentiamo
January 28th, 2010 at 3:37 am
Ciao Marco è stato bello leggerti…tra qualche settimana parto x Siem Reap…potresti contattarmi (xfavore) che ho da farti qualche domanda?
ti ringrazio
Stella