Malesia, una giungla di alberi e di culture, pensando a Penang (Part 2)

Parlando di cinesi: dopo un anno di Cina, impossibile non notare che i cinesi malesi, almeno a Penang, rappresentano la meravigliosa proiezione che la Cina di oggi vorrebbe dare di sè stessa. Puliti, rampanti, un pò yuppies, parlano cinque lingue, cinque dico. Mandarino, cantonese, inglese, hokkien e hakka. Questi cinesi del sud che si spostarono in Malesia hanno dato origine a una razza di supercinesi ultracompetenti sul mercato globale, che mi fanno paura, come dei terminator con gli occhi a mandorla.Parlo con Nicole, una bellezza vagamente ambrata con hot pants e scarpe bianche dal tacco a spillo, un bel sorriso e seppur con una velata timidezza tutta cinese, decisamente con “quella marcia in più”. Le chiedo se è malese, e lei un pò si offende. Mi scuso, ma è difficile a volte capire il confine tra queste razze, quei lineamenti decisamente cinesi che si mischiano a tratti malesi, gambe senza un’imperfezione e tornite, bellezze o bruttezze che incarnano decisamente tre differenti etnie che, volenti o nolenti, riescono a convivere in un mare di differenze culturali indicibili.
Penso all’Italia e ai problemi con le moschee, mi giro e vedo in un angolo un tempio cinese con drappelli di omuncoli che bruciano incensi e siedono giocando a mha jong all’ombra dei tetti spioventi, faccio dieci metri e mi trovo prima dentro un ristorante indiano e subito dopo sbatto contro un tempio hindu che mi colpisce per la strana rotondità delle divinità policrome che ne affollanno il tetto, e paiono vive come è viva e pullulante di odori e rumori la Little India che sta all’angolo di Chulia e Love Lane. Penso all’Iran e all’Iraq e al mondo islamico e mi dico, ma perchè anche voi non… poi mi ritrovo circondato da un gruppo di studentesse in burka che timidamente rispondono a una mia domanda su come raggiungere una parte della città .

La prima notte dormo a casa di Ang, cinese di mezza età che mi fa stare sul suo divano. Lavora in un tempio cinese, organizzando spettacoli di opera cinese e danze di dragoni, cerca di tenere viva la cultura di un paese che è il suo ma è come se non lo fosse, e mi chiede mille domande sulla mia vita in Cina, mentre fa mosse di tai chi enfatizzando i suoi discorsi e sembra un italiano con la gestualità di un cinese di Porta Portese. Un personaggio completamente assurdo che vive da un’altra parte, ma ha anche questa casa che divide con un indiano tamil nero come un carbonfossile che tiene una foto di Sai Baba incorniciata dietro tante statuette buddhiste e hindu sulla credenza, e mi dice che questa è la sua casa di evasione, dove può nascondersi un pò nell’atmosfera indiana, e dimenticare il suo impegno per la comunità cinese.
I cinesi della Cina secondo me hanno scartato queste tradizioni in onore della modernità , e mi stupisco incredibilmente di vedere qui un recupero straordinario della cultura di un paese che, in verità , non è nemmeno il tuo. E’ una cosa da Don Chisciottes elettrici, che combattono contro dragoni cinesi a vento in una tempesta di colori indiani sotto una pioggia di samosa, chai macchiati al latte e nasi goreng ayam serviti da donnine minute che guardano a terra e si nascondono i capelli sotto il velo. Mi pare un’assurdità di paese dei balocchi, una contraddizione indicibile che però… funziona! E subito dietro l’angolo, la jungla. Non ho mai visto una jungla così, nemmeno nel sud della Cina, o el nord della Thailandia (sottile differenza geografica). L’unica cosa che posso paragonare sono i film di Indiana Jones, quelle distese di colori verde che si sfumano uno dentro l’altro e distruggono la vista, gigantesce piante ricoperte di muschi senza tempo, rumori incessanti di misteriose forme di vita che urlano tutto il tempo ma nn si fanno facilmente vedere, trascinandoti dietro una fisarmonica di frinii e ululati direttamente dal regno d’oltretomba degli insetti.

Foreste così fitte che il sole non penetra sotto l’intricato strato di rami e foglie, sterpaglie che scricchiolano come ossa schiacciate da giganti di pietra in corse deliranti nei meandri di un castello da fiaba nera. Ti senti piccolo e inutile, in mezzo a questo ordinato caos naturale, osservatore primitivo del mondo da milioni di anni, milioni di anni di piccoli occhi e cicalii misteriosi che distruggono ogni altro rumore e sono così rumorosi che li percepiamo come un silenzio sporcato di rumore bianco. Fanno quasi paura, a volte, motoseghe impazzite di culi di farfalla e cicala che sfregolano in una danza impazzata, odalische come le cinesi in zerogonna e tacchi alti o le musulmane sorridenti e sbarazzine, ma imbatacchiate nella loro mantellina da cuoio capelluto. E tu ti perdi in questo mare come ti perderesti nei sentieri di una jungla, sudando copiosamente e respirando affannato nella foschia che ricopre i muschi e i licheni secolari, ti perdi e continui a percepire le meraviglie di questo mondo che difficilmente potrebbe essere ignorato e invece, come succede nella maggiorparte dei casi, quasi sempre lo è.







September 18th, 2009 at 8:29 am
Ho scoperto il tuo blog da pochi giorni e ogni volta che leggo un tuo articolo inizio a sognare.. ti ammiro veramente tanto, grazie per quello che ci dai!!
September 18th, 2009 at 3:09 pm
Grazie, fa piacere sentire queste cose… spero di continuare a farvi sognare coi miei scritti, sapere che c’e’ qualcuno come te che apprezza mi da’ la forza di continuare. Grazie mille.
March 11th, 2010 at 9:49 pm
Ciao Marco… solo ora ho letto questo tuo articolo che mi deve essere sfuggito (assieme alla prima parte)… e rileggendolo ora mi fa un po’ sorridere pensando al fatto che ora vivi lì e tutte le cose che mi hai detto… magari potremmo mettere anche questo articolo su Terra di Sandokan che ne pensi? magari rimaneggiandolo appena, visto che si inserisce in un discorso di continuità col blog esistente, mentre invece adrebbe tolto dal suo contesto (salvo linkarlo al tuo blog of course)
ciao