L’ abito non fa il Monkey

In Italiano per gli Italiani, per farsi capire Colgo l’occasione per riflettere su uno spunto che l’amico Tripluca mi ha fatto venire in mente qui. Ci siamo incontrati a Kuala Lumpur e, all’alba di una grandiosa serata, l’esperto viaggiatore ormai dichiaratosi semiresidente mi fa un appunto oviamente ironico sulla mia camicia e come disse una volta il defunto Mike Buongiorno, “lei mi cade sull’uccello” .
Luca dice che il viaggiare abitua ad osservare le persone e scannerizzarle, dividendole in categorie piu’ o meno precise, o pelomeno a farsi un’idea, in pochi secondi. Ecco, io invece credo che se uno che ha viaggiato tanto si riduce a questo, significa che non ha imparato molto da quel che ha visto nei suoi viaggi, e non solo. Mi ricordo che io facevo uguale tra I 14 e I 16 anni, schifando immediatamente chiunque non avesse capelli lunghi, abiti grunge o punk, e non ascoltasse irrimediabilmente punk rock o rock and roll. Ero un coglione presuntuoso, e lo dico, col cuore in mano, sono fasi per cui si deve passare, ma proprio viaggiando ho imparato che l’abito non fa il monaco, e nemmeno la suora, se e’ per questo.
So benissimo che Luca ha tentato di fare ironia, riuscendoci perfettamente e scrivendo questo bellissimo post, ma la cosa mi ha colpito a fondo, facendomi riflettere e desiderare di scrivere qualcosa in Italiano perche’ e’ proprio tipico dell’Italiano fare certi discorsi, e non voglio certo irritare il mio “padre letterario”, ma quando uno mi mette il grillo nella testa, sia il padre letterario o il mio padre bologico Maurizio, bhe, sono cazzi vostri, la scimmia parte e dalla spalla scende e vi mette una mano stretta stretta attorno ai coglioni.
Il biologico padre Maurizio mi diceva tantissime volte che la prima impressione conta, mentre io mi grattavo le palle e mi arricciavo I buffi capelli lunghi stile fungo atomico tossico, sbadigliando e facendolo incazzare mortalmente nei miei ribelli 14 anni spesi totalmente nella creazione di una identita’ personale e musicale che mi differenziasse dai centinaia di camiciati che avevo attorno, stupidi e insipidi, e il mio giudizio per quelli cosi’, e per quelli come Maurizio, rimaneva quello di cacchine di gabbiano perse tra le crepe di una roccia e slavate da un mare barbaro pieno di rifiuti tossici. Non me ne fregava niente. Ed ebbi la fortuna di poer passare indenne, piu’ o meno, attraverso gli anni della non discoteca e dei centri sociali, dei tour in Europa dormendo nel furgone, degli anni universitari passati a odiare tutti quelli che mi stavano attorno e incementando odio, odio, odio dentro di me che doveva esplodere in musica assassina e ribelle, tutto questo, ora che ci ripenso dopo che ho solcato un decimo di mondo senza prendere aerei (uno solo, concedetemelo), e’ stato un percorso normale e obbligato, ma deve essere necessariamente cambiato. Ovviamente se si vuole maturare, altrimenti liberissimi di rimanere nelle vostre nicchie, e rifiutare le sfumature del mondo che ci circonda.
Ieri sera stavo seduto a cena: di fianco a me, un cinese di 40anni con maglietta da idiota e pantaloncini corti da maratoneta, Fulvio Notarstefano davanti coi suoi marsupi da babbuino e la capigliatura alla Pino Daniele, la sua ragazza Epal che vestiva una mini di jeans e delle scarpette col tacco veramente non male, di fianco a lei la donna integralista musulmana col velo e un visino angelico, promessa sposa dell’altro amico Akmal, dalla presenza metrosessuale, ma unico asiatico sin’ora incontrato che ti sa snocciolare uno dietro l’altro tutti I momenti piu’ enfatici dei vari capolavori di Lucio Fulci, definendosi come un leone del B Movie cult in versione sud est asiatica. Io che, da quando Luca mi ha detto cosi’, ho sbattuto la camicia nello zaino, tutta spiegazzata, e son tornato all’abbigliamento che la mia Kit definisce “da barbone negro”, ovvero pantaloni verdone militari di tre misure piu’ grandi perche’ ho perso 15 chili in due anni di viaggi, infradito marce from Katherine, Northern Territory, e maglietta trucida evviva gli headhunters del Borneo malese, insomma un cinghiale con la faccia d’angelo.
Ebbene, se avessi dovuto categorizzare al primo sguardo, avrei dato un pugno in faccia al cinese, sputato in faccia a Fulvio che da quando lo consco ha sempre addosso gli stessi vestiti (ma, stranamente, non puzza), rimandato la malese tra le braccia di Allah e rovesciato il tavolo urlando. Invece, no. Niente di tutto questo. Ma la prima impressione, e’ importante.
Soprattutto quando dovete capire che se uno viaggia per viaggiare, che si vesta come vuole, ma se uno vive in viaggio, come sto facendo io, e’ impossibile non pensare di avere un abito decente da indossare quando mi presento ai colloqui di lavoro o alle occasioni mondane, in questa Asia dove l’aspetto fisico conta al 100% e le tue vere abilita’ moooooooooooolto meno, in questa terra di caproni dagli occhi a mandorla che mi sta lentamente trasformandosi in un incubo quotidiano, spaventoso, quando capisci il separatismo razziale, tra di loro e verso di te. Eppure, di banane vive una scimmia e le banane gratis non sono, perdinci. E per inciso, I miei jeans neri da pizzaiolo e la camicia non stirata vengono definiti dalla mia signora “l’abito del cameriere sfigato” quindi, potete immaginare che il mio spirito da bestia, come dice appunto Luca, sempre rimane concentrandosi nel mio assoluto menefreghismo nei confronti dello stile. E conscio di non fare parte di nessun Matrix, mi sto facendo un po’ contagiare dalla testa asiatica di Kit Yeng, e, volente o nolente, sto facendo uno sforzo per capire, e adeguarmi, a questo nuovo mondo dove vivo. E mi sento pure comodo nella freschezza di una camicia non stirata, contro l’appiccicaticcio delle magliette da quattro soldi che mi porto dietro da due continenti a questa parte, e che puzzano di 100 lavaggi fatti male.
Insomma, che ora me ne devo andare a prendere un bus per Malacca per reincontrami coi fantasmi cinesi, chi ancora pensa alla categorizzazione per l’abito, non ha capito molto. Potrei fare mille esempi, e cito soltanto quello del socio Ted Bundy, super stallone superfighetto ultra cool by day, necrotico stupratore serial killer by night. Pensateci. Cazzo pensate a Silvio Viagra Berlusconi. Di esempi ne abbiamo mille tra gli occhi.
E alla fine Luca disse, il Monkey si rivela sempre il Monkey. Come sempre. Dalla steppa mongola alla jungla urbana di Kuala Lumpur, la scimmia cambia l’abito ma non il vizio. Viaggiatori, perfavore viaggiate col cervello, non con paraocchi dettati dai maestri, perche’ I maestri di voi stessi siete solo voi stessi. La prossima volta mi metto la camicia con I pantaloncini hawaiani e le scarpe col tacco, e magari ci faccio anche due lire caricando dei clienti.
E tutto sommato, grandissima serata, quella di Kuala Lumpur. Sperando ce ne siano delle altre in giro per questo mondo, la prossima volta ci metteremo da subito nudi, e ci spulceremo le tarme dal culo uno per uno, per poi imboccarci le migliori, come I miei cugini orang utang di Sumatra.
Grazie Luca per lo spunto e giuro, non me ne volere ho inteso l’ironia!! E Fulvio, ti credito per la foto notturna dal marcione col caffe’ piu’ terribile di Pasar Seni ![]()







September 26th, 2009 at 2:36 am
Post hardcore come sempre. E’ sempre un piacere leggerti
September 27th, 2009 at 11:28 pm
[...] dato che abbiamo iniziato questa diatriba intercontinentaleapprofondiamola. La questione da risolvere è: dopo tanti viaggi, siamo diventati più furbi o più [...]
September 27th, 2009 at 11:29 pm
[...] dato che abbiamo iniziato questa diatriba intercontinentale approfondiamola. La questione da risolvere è: dopo tanti viaggi, siamo diventati più furbi o più [...]
September 27th, 2009 at 11:30 pm
risposta….
http://www.tripluca.com/riflessioni/uncategorized/
April 5th, 2010 at 2:34 pm
I love Lucio Fulci. He is the true Italian horror maestro. My favorite film is Gates of Hell aka City of the Living Dead. I love it when the chick pukes up her entrails. Gore horror never gets old.