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	<title>Monkeyrockworld &#187; Travellers</title>
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		<title>Travel for Aid: aggiornamenti dal Nepal Part 3</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 08:09:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[l tramonto del 28 aprile, mi trovavo nel villaggio di Dabugam intento a cercare due alberi a cui legare l'amaca per la notte quando Mr Hemanta si è avvicinato con un amico in motocicletta e mi ha posto una domanda a cui  molti giovani occidentali trovano sempre più difficile trovare una risposta: di che religione sei?! Non sapevo cosa rispondere in quel momento e in quel posto dove ci sono tutti i credi e, visti gli incidenti dei giorni precedenti, non volevo dichiararmi. Poi il mio interlocutore mi è venuto in contro domandandomi se per caso fossi stato cristiano... ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-844" style="border: 2px solid black;" title="India - Matteo Tricarico" src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/09/Cap.-9-India-Matteo-Tricarico1-500x375.jpg" alt="Cap. 9 India Matteo Tricarico1 500x375 Travel for Aid: aggiornamenti dal Nepal Part 3" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ultima parte delle avventure Indiane di <strong>Matteo Tricarico</strong>, che da Saigon sta attraversando l&#8217;Asia in bicicletta, diretto verso Manfredonia, citta&#8217; natale in Puglia. Tra religione, musulmani, citta&#8217; indiane e viaggio etsremo, matteo ci lascia <strong>al confine col Bangladesh</strong>, e per le sue nuove avventure, si dovra&#8217; aspettare ancora un po&#8217;!! </em></p>
<p style="text-align: justify;">Al tramonto del 28 aprile, mi trovavo nel villaggio di Dabugam intento a cercare due alberi a cui legare l&#8217;amaca per la notte quando Mr Hemanta si è avvicinato con un amico in motocicletta e mi ha posto una domanda a cui  molti giovani occidentali trovano sempre più difficile trovare una risposta: di che religione sei?! Non sapevo cosa rispondere in quel momento e in quel posto dove ci sono tutti i credi e, visti gli incidenti dei giorni precedenti, non volevo dichiararmi. Poi il mio interlocutore mi è venuto in contro domandandomi se per caso fossi stato cristiano&#8230; <span id="more-843"></span>ho annuito con la testa ma senza fiatare e ha dichiarato di essere anche lui un seguace del Cristo. L&#8217;ho seguito nella sua masseria dove lo aspettavano le due mogli, i figlioletti in panne e un piccolo comitato di accoglienza composto da bambini e genitori delle case vicine, che venivano a vedere di persona l&#8217;uomo bianco in bicicletta. Hemanta è un imprenditore agricolo che possiede terreni coltivati a riso e grano, greggi con più di 200 ovini, branchi di suini selvatici, un automobile pickup, un trattore, quattro figli da due mogli diverse, di cui la prima sulla trentina non poteva più avere prole, così lui è diventato poligamo prendendo in sposa un&#8217;avvenente ventiquattrenne. Legalmente la poligamia è vietata in India, ma questo non impedisce ad un uomo benestante di permettersi due spose in condizione di convivenza <em>more uxorio</em>. Dopo aver abbondantemente cenato a base di montone al curry con il padrone di casa ed un amico nella sala da pranzo, mentre le donne ed i bambini mangiavano in cucina, sono cominciati i preparativi per la notte e qui non ho voluto sentire ragione riguardo le tradizionali regole di ospitalità che impongono di dare al visitatore il letto più comodo della casa. Tanti sono stati i ringraziamenti a mani giunte e le assicurazioni da parte mia che sarei stato più a mio agio a dormire nella mia amaca, prima di riuscire a convincere Hemanta a lasciarmela legare a due colonne di legno sotto la tettoia chiusa su tre lati che fungeva da stalla e riparo per le mucche. Perciò, ho trascorso la notte con due rumorosissime vacche, non credo sacre, che mi hanno scrutato sospettosamente per delle ore prima di abituarsi alla mia presenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mattino seguente ho imboccato la strada nazionale 201 direzione nord, arrivando al paese di Koksar a tramonto inoltrato. Mentre sedevo in un ristorantino divorando un piatto di riso e verdure, un giovanotto alto e magro mi si è avvicinato ponendomi le solite domande e presentandosi con il nome di Nayagah, ingegnere elettronico per la compagnia telefonica Vodafone. Per quanto fosse abbastanza sbronzo, non era molesto e sono rimasto a conversare con lui del più e del meno per una mezzora, prima di annunciargli che dovevo cercare un posto dove fissare l&#8217;amaca per la notte. A questo punto Nayagah mi ha informato che avrei potuto stare negli alloggi della foresteria adiacente la centrale di telefonia mobile più grande della zona. Ubriaco, mi ha fatto strada per un paio di chilometri sbandando vistosamente con la sua motocicletta, sino ad un piccolo stabile su cui sovrastava una maestosa torre d&#8217;acciaio che sorreggeva le antenne per le comunicazioni GSM. Sono stato presentato a quello che doveva essere il suo capo, che gentilmente ha acconsentito a darmi ospitalità, non nelle camere della guesthouse della ditta, ma su un tavolaccio coperto da un cartone che fungeva da materasso nella sala dove c&#8217;era il gruppo elettrogeno della centrale e degli apparecchi elettronici, come dei giganteschi computer alti più di due metri, con schede di transistor e led rossi e verdi che lampeggiavano continuamente. Nonostante il calore atroce emanato da questi macchinari, riuscii a prendere sonno, svegliandomi un paio di volte nel corso della notte per il sudore e le lucine che si illuminavano erraticamente.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-845" style="border: 2px solid black;" title="Muslim_India" src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/09/Muslim_India-500x335.jpg" alt="Muslim India 500x335 Travel for Aid: aggiornamenti dal Nepal Part 3" width="500" height="335" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo maggio ho raggiunto la cittadina di Sambalpur dove ho dovuto prendere la penosa decisione di percorrere i 400 chilometri che mi separavano da Calcutta in treno, per non correre il rischio di far scadere il visto bangladese valido ancora per soli cinque giorni. Perciò, lo stesso giorno, ho rimosso le ruote dal telaio della bicicletta e l&#8217;ho sistemata nelle cappelliere sopra i sedili dell&#8217;espresso che in otto ore collegava la capitale dello stato del Bengala. È stata un&#8217;istruttiva esperienza di viaggio; quella sovraffollata carrozza del treno si è trasformata man mano in sala da pranzo, bisca con tanto di scommesse, dormitorio e vagone merci per le contadine che caricavano e scaricavano pesanti sacchi di riso nei corridoi di passaggio. Arrivato a Calcutta il 2 maggio, sono stato calorosamente accolto da Ayan e Anima che mi hanno nuovamente ospitato nel piccolo appartamento nel quartiere periferico di Sinthee. Qui sono state inutili le mie rimostranze contro la tradizione, così ho dormito nel letto più comodo della casa, il loro, e per ringraziarli li ho portati fuori per due esperienze che non avevano mai fatto in vita loro: visione del film Avatar in 3D e cena al McDonald&#8217;s! Come me qualche settimana prima, entrambi sono rimasti scioccati dalla vividezza e profondità delle immagini prodotte dalla tecnologia cinematografica tridimensionale ed hanno anche mangiato con gusto le croccanti patatine fritte del fast-food, mentre non sono rimasti troppo entusiasti dell&#8217;hamburger di pollo e non credo che rimetteranno più piede in un McDonald&#8217;s o simili.</p>
<p style="text-align: justify;">A Calcutta sono anche uscito con Sarah, una graziosa indiana diciannovenne che avevo conosciuto un paio di mesi prima tramite il fratello minore. Abbiamo passato alcune ore girovagando tra i negozi del centro commerciale Mani Square, dove ho acquistato un nuovo contachilometri per la bicicletta e all&#8217;uscita siamo stati avvicinati da una ragazzina che vendeva fermagli per capelli, gomme da masticare e altri piccoli oggetti. A questo punto Sarah ha detto: “Questi accattoni mi disturbano terribilmente” ed ha cominciato ad insultare la piccola venditrice che ha risposto a tono. Sono rimasto talmente disgustato dal comportamento di Sarah, che si crede superiore solo perché nata da una famiglia ricca, che l&#8217;ho piantata lì per lì sebbene lei mi avesse invitato a casa sua per cena.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 6 maggio ho percorso gli ottanta chilometri che separano Calcutta da Banapole, posto di frontiera con il Bangladesh, ed ho attraversato il confine tra i due paesi in pochi minuti grazie ai doganieri che mi hanno fatto saltare completamente la lunghissima coda al controllo passaporti. Entrare in Bangladesh è un po&#8217; come tornare all&#8217;età del bronzo: tutto diventa più rustico, semplice, vicino alla natura e i segni della miseria sono ad ogni angolo di strada. Si capisce subito che questo è uno dei paesi più poveri al mondo anche dalla mancanza di molti beni di consumo nei negozi, che pochi sarebbero in grado di permettersi. Ma le miserie e le meraviglie del Bangladesh ve le racconto la prossima volta.</p>
                                <p><center>&copy; Marco Ferrarese 2008-2012 - visit the <a href="http://www.monkeyrockworld.com">author blog</a> for more great content.</center></p>                        ]]></content:encoded>
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		<title>Travel For Aid: Aggiornamenti Dal Nepal Part 2</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Sep 2010 07:57:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Continuo a trasmettere il resoconto delle avventure di Matteo Tricarico in India a bordo della sua bicicletta che sin'ora lo ha incredibilmente portato da Saigon, sino al Nepal da dove  mi sta inviando questi scritti, in attesa di riprendere il viaggio verso Ovest, con tappa finale Manfredonia, la sua citta' natale in Puglia... questa volta ascoltiamo le disavventure di un eroe, e col sorriso, gli si augura di non doverne subire altre... ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-large wp-image-837 alignleft" style="border: 2px solid black; margin: 3px;" title="India Matteo Tricarico" src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/09/Cap.-9-India-2-Matteo-Tricarico-375x500.jpg" alt="Cap. 9 India 2 Matteo Tricarico 375x500 Travel For Aid: Aggiornamenti Dal Nepal Part 2" width="300" height="400" /><em>Continuo a trasmettere il resoconto delle avventure di <strong>Matteo Tricarico</strong> in India a bordo della sua bicicletta che sin&#8217;ora lo ha incredibilmente portato <strong>da Saigon, sino al Nepal</strong> da dove  mi sta inviando questi scritti, in attesa di riprendere il viaggio verso Ovest, <strong>con tappa finale Manfredonia, </strong>la sua citta&#8217; natale in Puglia&#8230; questa volta ascoltiamo le disavventure di un eroe, e col sorriso, gli si augura di non doverne subire altre&#8230; </em></p>
<p style="text-align: justify;">Attraversando il confine tra lo stato di Karnataka a quello di Andhra Pradesh, si nota immediatamente la diversa cultura di questa parte di India che è stata prospera per gli ultimi 400 anni, ma che ora ne mostra solo le antiche vestigia. Lo stato prende il nome dagli abitanti autoctoni installatosi qui nel 1000 a. C. e diventò un importante centro di studi buddhisti già dal secondo secolo a. C.. La regione entrò a far parte della maggiori vie commerciali, portando benessere e potenza alle varie dinastie dravidiche che sino al 16mo secolo si sono alternate al potere e che abbellirono le città di splendidi templi e sontuosi palazzi, anche se l&#8217;opera fu realmente completata, raggiungendo risultati grandiosi, dai sovrani mussulmani delle stirpi Qutb Shahi e Mughal che amavano principalmente Allah, i diamanti, il lusso e la bellezza, forse non in questo ordine a giudicare dalle opere d&#8217;arte che ci hanno lasciato.<span id="more-836"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il 17 pomeriggio, per la prima volta dall&#8217;inizio di quest&#8217;avventura sportivo-umanitaria, sono stato costretto ad una sosta per problemi fisici. Ad una quindicina di chilometri da Anantapur, mi sono fermato in un ristorante ai margini dell&#8217;autostrada 7 e, appena sceso di sella, mi si è appannata la vista, le ginocchia si sono piegate e sono stramazzato al suolo svenuto senza però perdere completamente conoscenza. Sono stato soccorso da due camionisti Sikh, con tanto di  turbante e barba lunga raccolta, che stavano mangiando ad un tavolino lì vicino e che mi hanno adagiato all&#8217;ombra sotto una tettoia. Nel giro di un&#8217;oretta, dopo aver bevuto due litri d&#8217;acqua e mangiato della frutta, ho ripreso a pedalare raggiungendo un albergo dove ho trascorso un paio di giorni di completo riposo e mi sono rimpinzato tre volte al giorno in un vicino ristorante cinese. Credo che il cedimento fisico sia dovuto allo stomaco quasi vuoto, alla mancanza di sali e potassio, alla fatica e soprattutto alle temperature che in quei giorni hanno superato i 45° C all&#8217;ombra. Lontano dalle aree umide e verdeggianti della costa, il caldo era così secco da far evaporare immediatamente il sudore prima che portasse refrigerio a tutto l&#8217;organismo e, nonostante durante le frequenti soste mi svuotassi una bottiglia d&#8217;acqua sulla testa e sul busto, il sollievo era di breve durata perché tornavo asciutto in pochi minuti. Sebbene il sole picchi veramente forte, la gente non porta cappelli e dei famosi turbanti indiani non c&#8217;è ne traccia in questa parte del paese, diversamente dal Sud-est asiatico dove i diversi copricapi contraddistinguono le differenti nazionalità. Di quella regione asiatica, sicuramente il più conosciuto è il cappello a cono rigido di foglie di palma diventato simbolo del Vietnam, ma anche la Cambogia ha il suo copricapo tipico di paglia morbida a falde larghe e i tailandesi si coprono con un cappello fatto di listelli di bambù intrecciati a tronco di cono che si allarga notevolmente alla base.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-840" style="border: 2px solid black;" title="Hyderabad by Marco Ferrarese" src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/09/Hyderabad-500x335.jpg" alt="Hyderabad 500x335 Travel For Aid: Aggiornamenti Dal Nepal Part 2" width="500" height="335" /></p>
<p style="text-align: justify;">La sosta di due notti ad Anatapur mi ha rigenerato, ho recuperato le forze ed ho inforcato la bicicletta dirigendomi a nord sull&#8217;autostrada 7 che porta sino a Nuova Delhi. La notte del 19 ho dormito all&#8217;aperto nel villaggio di Ulindakonda, sospeso nella mia amaca legata agli alberi del boschetto vicino la stazione degli autobus. Ho parlato fino a tarda notte con l&#8217;anziano custode che mi ha raccontato di come era la vita al tempo della colonizzazione britannica e come crudeli erano diventati gli inglesi negli ultimi anni prima dell&#8217;indipendenza. Mi ha anche mostrato la cicatrice rimasta da una grave ferita inflittagli con la baionetta da un soldato scozzese. Il 20 aprile sono stato a Jabcherla, una cittadina dove i minareti superano di gran lunga i templi induisti e sembra di stare in Kuwait con gli uomini dalla barba lunga e le donne dal viso coperto con il <em>niqab</em>, la differenza con i paesi arabi sta nel fatto che qui le donne indossano abiti dai colori vivaci e non rigorosamente neri. Tutto lo stato di Andhra Pradesh è a maggioranza islamica, tanto che negli anni appena successivi l&#8217;indipendenza c&#8217;erano forze politiche e popolari che avrebbero voluto far parte delle altre due nazioni mussulmane uscite dalla colonizzazione, il Pakistan ed il Bangladesh, invece che della Federazione indiana. Purtroppo, il giorno 21 sono stato vittima di due incidenti causati dal fatto di essere occidentale. La mattina ho scoperto che il contachilometri attaccato alla bici era stato diverto e portato via; nient&#8217;altro che uno sfregio ad un bianco, avrebbero potuto molto più facilmente prendere il faro della luce, anche più utile di un contachilometri inutilizzabile! Qualche chilometro oltre, non posso essere più preciso&#8230;, un anziano fedele di Allah, a giudicare dalla barba, l&#8217;abito ed il tipico copricapo a calotta chiamato <em>scescia</em>, mi ha percosso con un bastone e mentre brandiva il colpo, da cui mi sono difeso con l&#8217;avambraccio sinistro, ha urlato qualcosa, sicuramente non gentile, di cui ho compreso una sola parola: American. Purtroppo nel mondo mussulmano troppo spesso occidentale vuol dire americano con conseguenze sgradevoli come questa. Per mia fortuna, l&#8217;assalitore non è stato in grado di infliggermi altri colpi per l&#8217;età avanzata e per una veloce accelerata che mi ha messo fuori dalla portata del suo bastone di bambù; il livido sull&#8217;avambraccio è ben presto sparito.</p>
<p style="text-align: justify;">(<strong>Nota di Monkey</strong>: <em>concordo e puntualizzo. Ad Hyderabad lo scorso Aprile siamo stati vittima di una simile spiacevole scenetta, dove una ignara Kit armata di normali pnataloncini da viaggio e&#8217; stata prima osservata come una prostituta da un indiano che le si e&#8217; astutamente seduto vicino, con sguardo al limite del masturbatorio, e io sono stato redarguito da una simpatica signora che mi ha detto, con gli occhi dell&#8217;odio  essendo io l&#8217;accompagnatore di un puttana per giunta cinese e manco bianca &#8220;This is Hyderabad not America!&#8221;. Col solito Monkey candore, e&#8217; stata accontentata con un &#8220;I am not American, fuck you&#8221; che le dara&#8217; modo di odiare anche altri paesi occidentali. <img src='http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt="icon smile Travel For Aid: Aggiornamenti Dal Nepal Part 2" class='wp-smiley' title="Travel For Aid: Aggiornamenti Dal Nepal Part 2" /> )</em></p>
                                <p><center>&copy; Marco Ferrarese 2008-2012 - visit the <a href="http://www.monkeyrockworld.com">author blog</a> for more great content.</center></p>                        ]]></content:encoded>
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		<title>Travel For Aid: aggiornamenti dal Nepal &#8211; Parte 1</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 10:32:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ricevo e trasmetto le ultime notizie e il diario di bordo che Matteo Tricarico  mi ha inviato da Kathmandu, dove e' correntemente ancora bloccato per via del monsone che ha scialacquato parte del paese e rovinato il Pakistan... facendo tutti i migliori auguri a Matteo per una pronta partenza, vi lascio all'interessante resoconto dell'esperienza Indiana di Matteo e la sua bicicletta...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-825" style="border: 2px solid black;" title="Matteo Tricarico in India" src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/09/Cap.-9-India-Matteo-Tricarico-500x375.jpg" alt="Cap. 9 India Matteo Tricarico 500x375 Travel For Aid: aggiornamenti dal Nepal   Parte 1" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ricevo e trasmetto le ultime notizie e il diario di bordo che <strong>Matteo Tricarico</strong> mi ha inviato da Kathmandu, dove e&#8217; correntemente ancora bloccato per via del monsone che ha scialacquato parte del paese e rovinato il Pakistan&#8230; facendo tutti i migliori auguri a Matteo per una pronta partenza, vi lascio all&#8217;interessante resoconto dell&#8217;esperienza Indiana di Matteo e la sua bicicletta&#8230;<span id="more-824"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;">In esattamente trenta giorni avevo coperto la distanza di circa 2500 chilometri tra Calcutta e Pondicherry, comprese varie deviazioni, seguendo l&#8217;autostrada 5, maggiore direttrice nord-sud del paese che si sdrotola lungo la costa orientale dell&#8217;acuminata penisola indiana che, come un fendente, penetra nell&#8217;oceano. Così, il 10 aprile 2010 mi sono congedato dai miei ospiti a Pondicherry, Nuria e Diego, ed ho puntato ad ovest per Bengalore prima tappa dell&#8217;itinerario di ritorno a Calcutta, per poi proseguire verso il Bangladesh. Mi stavo lasciando alle spalle l&#8217;oceano, con il suo influsso umido sulle vaste e rigogliose pianure costiere, e mi dirigevo all&#8217;interno arido del subcontinente, in salita attraverso fitte aree boscose, larghe spianate e desertiche colline di magnifici massi granitici dal color rosa intenso. Ho percorso ponti lunghi chilometri che congiungono gli argini di larghi fiumi con i letti completamente secchi, fatta eccezione per rigagnoli stagnanti dal colore verdastro delle alghe folte, ma che nel pieno della stagione delle piogge si ingrossano a dismisura, spesso inondando le aree rivierasche. Dopo due faticosi giorni di pedalata su stradine provinciali molto scarsamente trafficate che collegano sporadici villaggi di capanne di fango secco, ho conquistato i 1000 metri di Bengalore all&#8217;estremità meridionale dell&#8217;altopiano del Deccan. A queste altitudini le temperature sono meno torride e l&#8217;aria si è ulteriormente rinfrescata dopo un acquazzone tropicale particolarmente violento che mi ha costretto a cercare riparo per circa un&#8217;ora sotto un cavalcavia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Bengaluru, secondo la nuova traslitterazione ufficiale del 2006, significa “città dei fagioli lessi”, da quando una povera contadina servì una gustosa zuppa di legumi al re Hoysala, perso e molto affamato. Nel 1537 vi fu edificato un forte di fango, ma la città non comincerà a svilupparsi prima del 18mo secolo sotto la dinastia dei maharajah Mysone. Gli inglesi la raggiunsero nel 1809 ed una ventina di anni dopo divenne la capitale amministrativa della regione, arricchendosi così di sfarzosi palazzi coloniali che ne contraddistinguono ancora oggi il centro storico. Tra i tanti ufficiali della corona di ferma nella città, c&#8217;è da annumerare anche il futuro premier  Winston Churchill, allora nei sui anni verdi ed al verde, poiché non saldò il conto di 13 rupie al Bengalore Club! Al giorno d&#8217;oggi, questa è la capitale indiana dell&#8217;IT e del software, vocazione per la tecnologia cominciata già nel 1905 quando fu inaugurato il primo impianto di illuminazione pubblica stradale del subcontinente e sede da 70 anni del Hindustan Aeronautics, la compagnia nazionale leader del settore aerospaziale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-827" title="bangalore-nightlife" src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/09/bangalore-nightlife-500x375.jpg" alt="bangalore nightlife 500x375 Travel For Aid: aggiornamenti dal Nepal   Parte 1" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align: justify;">A Bengalore sono stato ospite di Sudhir, sua moglie Anjiana, loro figlio ed il quarto membro della famiglia un cane bassotto che sembra una salciccia ambulante con la stessa espressione facciale del comico inglese Mr Bean, da cui prende il nome. Sadhir ha sentito parlare di me da un altro mio amico indiano, Pushkar, si è incuriosito per il mio viaggio e, nel caso fossi passato da quelle parti, mi ha invitato a casa sua. Sadhir fa parte di quella fetta della popolazione indiana che ha raggiunto il successo economico anche grazie all&#8217;alto livello di istruzione ed ha oramai abbandonato il sistema delle caste  per rimpiazzarlo con quello delle classi sociali, quindi, secondo il censo e non più per nascita. È un facoltoso mercante di capi d&#8217;abbigliamento prodotti in India per numerosi stilisti francesi ed italiani; vive in un complesso residenziale con giardino pensile al primo piano, piscina ed un muro di cinta alto quattro metri con filo spinato oltre il quale si estende una baraccopoli fatiscente e popolosa. Sua moglie Anjiana potrebbe essere tranquillamente scambiata per una donna occidentale per il modo di vestire, parlare, atteggiarsi ed entrambi hanno gli stessi problemi, lo stesso stress ed identiche preoccupazioni dei loro con-classisti nei paesi occidentali, anche questi sono effetti collaterali della globalizzazione. Nei tre giorni che ho dormito nella camera degli ospiti, ho conversato lungamente con il padrone di casa, uomo di grande cultura e curioso di sapere delle mie esperienze, che mi ha parlato in dettaglio di molti aspetti dell&#8217;elaborata cultura indiana e di come le tradizioni plurimillenarie impongano ancora oggi comportamenti quotidiani che non si adiscono più ai tempi correnti. Come il rapporto tra i due sessi in una società dove le donne hanno sempre più alte posizioni nelle gerarchie delle aziende e della politica, abbandonando il tradizionale ruolo limitativo di angelo del focolare. Però casi come quelli di Anjiana, che dirige una sua ditta, non sono ancora rappresentativi della popolazione femminile indiana. A mio parere, se questo paese è così avvenente e conturbante dipende tanto dalle sue donne che conservano tutto quel fascino femmineo, che le occidentali hanno perso mascolinizandosi nella loro folle ricerca dell&#8217;uguaglianza, che le donne del medio oriente non possono pienamente sfoggiare perché imbacuccate come dei sacchi di patate e che quelle dell&#8217;estremo oriente non arrivano mai veramente a maturare perché fisicamente restano minute da sembrare esteriormente delle eterne bambine.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le indiane sono così incantevoli soprattutto perché continuano ad indossare gli abiti tradizionali, il <em>sari</em> e il <em>panjavi</em>, rimanendo questo l&#8217;ultimo angolo del globo dove gli stilisti occidentali non impongono indumenti che calzano magnificamente sulle ossute modelle ma troppo imperfettamente sulle femmine normali. Il <em>sari</em> consiste in un telo rettangolare lungo cinque metri e mezzo e largo un metro e venti, che si avvolge al corpo coprendone completamente le gambe ed il petto, ma lasciando scoperta la pancia e le braccia. Il <em>panjavi,</em> invece, è composto da un paio di pantaloni aderenti o a sbuffo, sormontati da una casacca con larghi spacchi ai lati e da un foulard rettangolare lungo posato sulla spalle che normalmente fa pan-dan con i calzoni. Entrambi questi indumenti fanno sembrare le indiane, di qualsiasi classe e condizione sociale, delle conturbanti principesse di altri tempi, mentre gli uomini, che indossano abiti accidentali mal portati e dai colori ancora peggio accostati, paiono degli straccioni a prescindere dalla loro disponibilità economica. Per giunta, tutti e due gli abiti femminili hanno veli che svolazzano al vento, come ali di farfalle che si spiegano librandosi soavi nell&#8217;aria. La similitudine entomologica è ancora più calzante perché i tessuti sono talmente variopinti, con mille effetti cromatici e decorazioni così sgargianti, che non bastano tutti i pigmenti creati da madre natura uniti ai colori dell&#8217;iride per eguagliare la varietà cromatica che ho visto indossato da fanciulle e dame di ogni età in questi tre mesi in India. A ciò si aggiungano i gioielli d&#8217;oro giallo e le pietre vistose che adornano ogni parte del corpo, a cominciare dalle caviglie per finire al pirsing al naso, luccicando sulla esotica pelle bronzea di corpi così statuari da far girare la testa a chiunque. Oltre che per adornarsi e per civetteria, c&#8217;è pure un altra ragione che tradizionalmente costringe le donne ad indossare perennemente i gioielli anche quando svolgono dure attività agricole e deriva dall&#8217;antica norma del diritto di famiglia secondo cui una moglie ripudiata non ha più diritto di entrare in casa e può tenersi solo quello che ha indosso. Nelle aree di campagna, le ragazze intrecciano gli splendenti capelli nero corvino con fili di bianchi e odorosi fiorellini di gelsomino, oppure tagete gialle e ibisco rossi. Ancora oggi, nella società indiana, spesso le donne restano confinate nelle mura domestiche, come nei paesi arabi, costrette a vivere in una società fortemente maschilista e sciovinista, dove la violenza fisica fa parte integrante della loro quotidianità, tanto che secondo le Nazioni Unite ben due terzi delle donne in India vengono regolarmente picchiate dai mariti e dalle suocere.</p>
                                <p><center>&copy; Marco Ferrarese 2008-2012 - visit the <a href="http://www.monkeyrockworld.com">author blog</a> for more great content.</center></p>                        ]]></content:encoded>
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		<title>300 giorni di viaggio: Matteo Tricarico da Kathmandu, Nepal</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 02:53:43 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-795" style="border: 2px solid black;" title="Matteo Tricarico - India 8 aprile 2010" src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/08/Matteo-Tricarico-India-8-aprile-2010-500x375.jpg" alt="Matteo Tricarico India 8 aprile 2010 500x375 300 giorni di viaggio: Matteo Tricarico da Kathmandu, Nepal " width="500" height="375" /></p>
<p>La <strong>Travel for Aid</strong> ha presentato la relazione dei 300 giorni di viaggio del progetto sportivo-umanitario <strong>“<em>Dal Vietnam all&#8217;Italia in bicicletta per i  diversabili</em>”</strong>, che sta portando Matteo Tricarico a percorrere in bicicletta in solitaria la distanza di 30.000 chilometri dal Vietnam all&#8217;Italia. La finalità umanitaria dell&#8217;iniziativa consta nel sensibilizzare ed informare l&#8217;opinione pubblica sulle condizioni dell&#8217;infanzia disabile, andando ad incontrare i bambini in istituti per diversabili nei paesi attraversati.</p>
<p>In questi primi dieci mesi di viaggio <strong>sono stati percorsi oltre 10.000 chilometri</strong>, da Ho Chi Minh City in Vietnam, proseguendo per la capitale cambogiana, Phnom Penh (ottobre 2009) e poi per quella thailandese, Bangkok (ottobre 2009). Di seguito, l&#8217;itinerario si è snodato nuovamente attraverso la Cambogia (novembre 2009) e a nord sino alla capitale del Laos, Vientiane (dicembre 2009) ed è continuato per il nord della Thailandia (gennaio 2010). Sono seguiti il Myanmar (febbraio 2010) e tre mesi in India (febbraio-aprile 2010) per raggiungere l&#8217;estremo sud del Subcontinente e ritornare a Calcutta, prima di entrare in Bangladesh dalla frontiera est. Due mesi (maggio-giugno 2010) in Bangladesh e indi il viaggio è proseguito verso nord al confine sud-est del Nepal e successivamente per la sua capitale Kathmandu, per un soggiorno di altri due mesi (luglio-agosto 2010). <span id="more-794"></span></p>
<p>La finalità umanitaria del progetto, portare all&#8217;attenzione del pubblico la condizione dei disabili, è stata raggiunta in partenariato con otto organizzazioni non governative che hanno aderito al progetto aprendo le loro scuole ed istituti per diversabili alle visite di Matteo. Un migliaio di messaggi e commenti di sostegno hanno seguito la pubblicazione dei video, fotografie e descrizioni scritte delle scuole diffuse attraverso i canali mediatici della Travel for Aid, segno che il messaggio ha raggiunto una parte sensibile del pubblico che segue questa iniziativa.</p>
<p>Oltre alle visite delle strutture per diversabili, Matteo per 20 giorni ha prestato servizio di volontariato come insegnante di lingua inglese e computer nel centro di accoglienza per bambine dell&#8217;etnia Munda sfuggite a matrimoni precoci e gestito dai padri missionari Saveriani a Bongshipur, nel sud del Bangladesh. E ancora, in Nepal si appresta a cominciare tre settimane di insegnamento nel villaggio di Charikot ai piedi del monte Everest.</p>
<p>Ecco alcune domande a Matteo, che ci dice qualcosa di piu&#8217; sulle sue meravigliose esperienze:</p>
<p><strong><em>Qual&#8217;è il tuo bilancio di questi primi dieci mesi di viaggio?</em></strong></p>
<p>“Sono lieto che l&#8217;aspetto umanitario del progetto si sia fortemente accresciuto con la partecipazione di nuove organizzazioni umanitarie e di centri da visitare, ben altre quelle che erano le mie aspettative. Come sono commosso dall&#8217;entusiasmo dei messaggi di supporto inviatimi da tante persone che virtualmente mi seguono in quest&#8217;avventura, che si sta dimostrando una colta maestra di vita. Fortunatamente, non ho avuto nessun incidente di percorso ed oramai sono abbastanza allenato da poter scalare il tetto del mondo.”</p>
<p><strong><em>Il viaggio si </em></strong><strong><em>è</em></strong><strong><em> notevolmente allungato rispetto al programma originario, come mai?</em></strong></p>
<p>“Dopo dopo aver vissuto per 300 giorni così ramingo, trovo persino difficile continuare a chiamarlo “viaggio”! In realtà, si è trasformata in un&#8217;esperienza di esistenza nomade, quasi un vero e proprio modo di vivere e non più semplicemente andare da un punto A ad un punto B, come lo concepii un anno or sono. Di fatto, ho raddoppiato il tempo di permanenza in India ed in Bangladesh, oltre ad aggiungere due mesi di Nepal che non erano affatto previsti. Sino ad ora, ho percorso solo un terzo della distanza che mi separa dalla meta, ma in realtà sono al giro di boa, questa seconda parte del viaggio sarà molto più rapida anche perché le soste saranno più brevi.”</p>
<p><strong><em>Quali sono stati i momenti più significativi.</em></strong></p>
<p>“Credo che i due mesi trascorsi in Bangladesh siano stati i più ricchi umanamente perché ho vissuto per alcune settimane ospite in piccole comunità con i padri Saveriani, a contatto diretto con la gente del posto da cui ho appreso tanto e che mi hanno trasmesso la loro semplicità di vita. Ho un vivido ricordo degli occhi curiosi e vogliosi di apprendere delle ragazzine dell&#8217;etnia Munda, salvate da matrimoni precoci che al centro potevano studiare e sperare in un&#8217;esistenza migliore di quella dei loro genitori. Quest&#8217;aspetto umanitario del progetto ha assunto un&#8217;importanza personale molto superiore rispetto al viaggio di scoperta e visita delle attrazioni locali. Mi sta portando un arricchimento spirituale interiore ed un nuovo, più profondo senso della compassione.”</p>
                                <p><center>&copy; Marco Ferrarese 2008-2012 - visit the <a href="http://www.monkeyrockworld.com">author blog</a> for more great content.</center></p>                        ]]></content:encoded>
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		<title>A tribute to Dan Eldon, Neverlander &#8211; Part 2</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 16:10:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Following to Dan Eldon&#8217;s introduction, I decided to have a little cross interview with Antonio Graceffo and Sam Stavros, relative of Dan and author of the song dedicated to him, &#8220;Neverland&#8221;. I think the following interview contains some very thoughtful and witty insights which made me reflect on my situation, and soon I will follow [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-763" style="border: 1px solid black;" title="Dan Eldon funny" src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/07/daneldonfunny-500x346.jpg" alt="daneldonfunny 500x346 A tribute to Dan Eldon, Neverlander   Part 2" width="500" height="346" /></p>
<p style="text-align: justify;">Following to Dan Eldon&#8217;s introduction, I decided to have a little cross interview with Antonio Graceffo and Sam Stavros, relative of Dan and author of the song dedicated to him, &#8220;Neverland&#8221;. I think the following interview contains some very thoughtful and witty insights which made me reflect on my situation, and soon I will follow up with my own article and vision on this whole matter. But let them speak for the moment being&#8230;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M- Dan&#8217;s life was indeed incredible. How do you relate your life experiences to Dan&#8217;s? As an adventure writer and martial artists, and as a musician, which is the meaning of your particular stance to life, if you have any?</strong></p>
<p>ANTONIO-Sadly, I am not a musician.  I think Dan’s story touched me so much because I could draw some parallels. I have been in Asia nearly ten years adventuring. Dan spent nearly his entire life outside the US and most of it in Africa. I guess I am tied to Asia now. Dan was a writer, I am a writer. Dan did photography, I take pictures, dan made videos, I make videos, dan worked as a journalist, but he took an active role in helping people when he saw the need. And I have done the same.  We are similar in many ways, but he was greater, because his reach was greater. What is important is the number of people who you can reach. The greater your reach, the greater your capacity to help. Dan’s reach, after the end of his life is much greater than mine, and I am alive. Perhaps that is why he died so young. He had already fulfilled his mission, risen to the heights he needed to, and the rest of us are still struggling to get there.<span id="more-762"></span></p>
<p>SAM-Dan&#8217;s life was much more imaginative and enduring than my own.  Dan and I both attended the same College in Pasadena and we both traveled &#8211; but the difference was that Dan was immersed in a troubled continent and tried to do something about it.<br />
<strong><br />
M-  &#8220;Safari as a way of life&#8221; is a pretty strong statement. Do you agree in any way, or do you think Dan would have changed his strong opinions, growing up?</strong></p>
<p>ANTONIO- Sam stavros made the point that when you die young, one of the huge advantages is that you haven’t been forced yet to compromise your beliefs or curb your dreams. I cant predict what Dan would have done in later life. But I would imagine he wouldn’t have settled into a job at the post office or the local library.  I think avoiding growing up and remaining young is the only way to keep your strong ideals. I know I have much more freedom than most people my age because I have sworn off the adult world of family, possessions, and career.  Recently, I saw a movie called “Up in the Air” where George Clooney is a business consultant who tells people not to have attachments, because they are too heavy and they weigh us down when we fly. I feel that as an adult, these are the kinds of sacrifices we have to make to keep our ideals, to follow dreams and live adventures. In Dan, however, I didn’t see any hint of loneliness or regret. Perhaps that was because he was young and lack of attachment looked good on him. Or perhaps it was because he was a special kind of being.</p>
<p>SAM- I have and continue to live my life like that &#8211; Safari as a Way of Life.  Always looking for new things to do, always curious, never approaching an experience timidly.  I used to go on surf safaris when I was young &#8211; and that was just loading up some boards and then going with no planning whatsoever &#8211; the surfing was great &#8211; but it was the life experiences that really made those trips.  Safari as a Way of life is just like that &#8211; always doing something then seeing what amazing twist the doing will bring!</p>
<p><strong>M-What is the meaning of your &#8220;Neverland&#8221; related to the world of today? </strong></p>
<p>ANTONIO- I think I live in Neverland now. I have complete freedom and lack of attachment. I adventure and explore constantly. But unlike with Peter Pan, I know there is a price. And I become more and more aware of it with each passing year. Perhaps the mythical Neverland would be an exact copy of my life, but with time standing still.</p>
<p>SAM-&#8221;Neverland&#8221; contains the hope of returned innocence, or should I say never losing innocence, to be forever young at heart.  With the right idealism and energy we can always have part of our spirit in &#8220;Neverland.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-764" title="dan eldon" src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/07/daneldon.jpg" alt="daneldon A tribute to Dan Eldon, Neverlander   Part 2" width="470" height="386" /><br />
<strong>M-  What are your suggestions for the youth of today, to try to teach them how to live more enrichening lives, if you have any?</strong></p>
<p>ANTONIO- If you wish to live anything but a narcissistic self-centered existence, then you need to give to others. You can do this by performing volunteer or work or giving community service. But you can also do it by leaving behind a massive body of creative work. Actors, sculptors, painters, writers, teacher, and trainers leave a legacy of lives touched and bettered.  Set goals in your life and achieve them. Don’t make them material goals. If your goal is to make money, that is ok, money can be liberating, but <strong>DEBT CANNOT</strong>. And ownership of things <strong>CAN </strong>be a <strong>PRISON</strong>. Your goal should <strong>NOT</strong> be to buy this or that. Material things are a complete waste.  Your goals should be to learn this or that, to experience this or that, to see and to create and to pass on to someone else.  I get email every day from Americans and Europeans who want to come to asia and learn martial arts. They say they want to follow their dream like I did, BUT they don’t have money. 90% of these people have jobs and earn more than I do. So how is it I can afford it and they can’t?  The answer is, they are tied to THINGS, possessions, debts, which rob them of their freedom.  The same people never sent an email to Apple Corp. saying how they dreamed of owning an I-Pod. Although they wanted an I-Pod and eventually went into debt to buy one, that dream was less powerful than their dream to follow their hearts and explore the world.  An I-Pod or a new car, or a house they can’t afford is preventing them from following their dreams. And all the while, the clock in the sky is ticking. Their lives are ending one second at a time and they chose a new car over a year of studies in Asia.  You could talk about a new car for about ten minutes. And a year later it wont be new anymore. But a year in Asia will last you a life time and it will gain in value with each passing year.</p>
<p>SAM- Yes absolutely the lesson of Dan Eldon and his message to the youth of today is get out and do some things and let your imagination and experience lead you to how you can best be a help to the world.  As Henry David Thoreu said, &#8220;Don&#8217;t just be good, be good for Something.&#8221;</p>
<p><strong>M-You can describe what thinking of Dan&#8217;s example brings up to your mind, and try to share with us people. Why do you think we should know about him, and what do you want to open up with the making of your media project?</strong></p>
<p>ANTONIO-  Dan lived a real life, a powerful life, I am trying to live a powerful life, let these two lives be an example. I hope dan can inspire people to live out their dreams.  When I was crossing the taklamakan desert, alone, on a tricycle, I cut an $80 shirt to make a headband.  I don’t miss that $80 shirt. But the memory of crossing the desert means a lot to me. And I wrote a book about it and I hope it will out live me.  Dan’s body of work outlived him. I have no idea if he owned an $80 shirt. I suspect he didn’t care.</p>
<p>SAM- People should know about Dan Eldon because he actually lived the life that many &#8211; even most &#8211; people dream of; he was adventurous with all of his adventures designed to spread knowledge and at least some hope of bettering the places that he went.</p>
                                <p><center>&copy; Marco Ferrarese 2008-2012 - visit the <a href="http://www.monkeyrockworld.com">author blog</a> for more great content.</center></p>                        ]]></content:encoded>
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		<title>Travel For Aid: aggiornamento dall&#8217;India Parte 2</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 03:18:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riprende il resoconto dell&#8217;avventura in bicicletta attraverso l&#8217;India, impresa titanica che Matteo Tricarico sta portando a termine in questo momento&#8230; Il 27 febbraio, dopo una settimana passata a Calcutta, acclimatandomi non tanto alla temperatura quanto agli indiani, con mio grande piacere, ho lasciato di buon ora la metropoli, anche se non ho raggiunto la periferia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-724" style="border: 2px solid black;" title="Matteo Tricarico in India " src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/06/Matteo-Tricarico-foto-cap-8-India-4274-500x375.jpg" alt="Matteo Tricarico foto cap 8 India 4274 500x375 Travel For Aid: aggiornamento dallIndia Parte 2" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Riprende il resoconto dell&#8217;avventura in bicicletta attraverso l&#8217;India, impresa titanica che Matteo Tricarico sta portando a termine in questo momento&#8230; </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il 27 febbraio, dopo una settimana passata a Calcutta, acclimatandomi non tanto alla temperatura quanto agli indiani, con mio grande piacere, ho lasciato di buon ora la metropoli, anche se non ho raggiunto la periferia che alla mezza e sono arrivato in vista delle prime risaie un&#8217;ora dopo pranzo. Oramai sono così abituato a trovarmi in aree rurali che la vista dei campi mi rassicura e mi fa sentire a mio agio al contrario delle città che un po&#8217; mi spaventano. Percorsi 130 chilometri sono giunto alla cittadina di Joyrambati dove ho visto un magnifico palmeto appena oltre le ultime case dell&#8217;abitato. <span id="more-722"></span>La luna piena illuminava a giorno ed ho annodato le estremità della mia amaca ai giovani fusti di due eucalipti qualche metro dal limitare del boschetto. Mi stavo già gustando quel momento di armonioso contatto con la natura, quando Mr Hiralal e suo cognato si sono avvicinati dalla casa più vicina. Mi sono scusato per non aver chiesto il permesso di dormire là, ma non era quello il problema, mi ero accampato in un posto molto pericolo per la presenza di nidi di cobra reale, dove un contadino aveva trovato la morte alcune settimane prima. Per la mia incolumità, i due uomini mi hanno chiesto di seguirli sino alla piccola abitazione dove, fremente di curiosità, ci aspettava Ms Rupalì, consorte del mio (forse) salvatore. E&#8217; sconveniente che un estraneo dorma sotto lo stesso tetto con una giovane coppia, allora, per salvare l&#8217;immagine sociale della famiglia, vi ho dormito sopra con l&#8217;amaca fissata alle sbarre dell&#8217;inferriata del terrazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">
Ho cenato con loro e mi hanno insegnato a magiare con le mani, cosa che non è così istintiva come si potrebbe credere, infatti ho commesso l&#8217;errore di versare tutta la scodellina del sugo sul riso bianco, creando un laghetto dove i chicchi nuotavano e, quindi, rendendo impossibile prenderli con le dita. La giusta tecnica è quella di versare le salsine un po&#8217; alla volta dando perciò il tempo al riso di assorbire il liquido, che deve restare comunque abbastanza secco per farne delle palline da sparare in bocca con il pollice. Era la prima volta che mi trovavo ospite di indiani; ne avevo conosciuti vari in passato, cominciando dall&#8217;università quando ebbe un&#8217;esperienza abbastanza turbante. Ricordo che un&#8217;estate a Siena feci amicizia con Ramir, uno studente di storia dell&#8217;arte che passava tre mesi ad imparare l&#8217;italiano, qualche giorno dopo conobbi Hanif suo connazionale, in Toscana per lo stesso motivo. Decisi di farli incontrare e portai Ramir al bar del Porrione dove ci aspettava l&#8217;altro; i due a stento si guardarono, scambiarono qualche parola nella loro lingua, poi Hanif andò via. A quel punto Ramir si rivolse a me con tono adirato e mi chiese di non presentargli mai più un altro indiano. Certo, anche a me quando ero studente in Inghilterra se mi presentavano un italiano non avevo troppa voglia di starci insieme, preferendo la compagnia di uno straniero, per lo meno per imparare la lingua, ma la reazione di Ramir era esagerata e glielo dissi. Lui mi rispose che Hanif era mussulmano e soprattutto di una casta troppo inferiore alla sua.
</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-725" style="border: 2px solid black;" title="Matteo Tricarico in India " src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2010/06/Matteo-Tricarico-foto-cap-8-India-4284-500x375.jpg" alt="Matteo Tricarico foto cap 8 India 4284 500x375 Travel For Aid: aggiornamento dallIndia Parte 2" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il 28 febbraio sono arrivato a Bishnupur, un&#8217;antica capitale con decine di templi in laterite e mattoni scalpellati a bassorilievo, che sorgono in una vasta piana ancora oggi considerata uno dei luoghi più sacri all&#8217;induismo. Era il primo dei tre giorni della Holi, la festa dei colori e dell&#8217;amore che segna l&#8217;inizio ufficiale della primavera. I templi strabordavano di fedeli induisti che accendevano fumanti bacchette d&#8217;incenso sotto le statue delle divinità e alle immagini di Lord Krishna, mentre, per strada, gruppi di ragazzini ed adolescenti combattevano una festosa battaglia usando come pacifiche armi acqua e polvere policroma. I bersaglio erano i passanti che benevolmente si sottoponevano ad essere bagnati e colorati ma non venivano risparmiati gli animali, in particolar modo le vacche che sembravano degli arlecchini su quattro zampe. Io in bicicletta sono stato un facile obbiettivo anche se ho notato una certa attenzione e rispetto che non avevano nei confronti dei loro amici. Mentre pranzavo sono stato avvicinato da un signore che in un inglese oxfordiano ha attaccato bottone e fatto le solite domande di rito; ha bevuto il suo tè con latte ed mi ha salutato augurandomi tanto bene che non mi basterebbero altre cinque vite per coglierne tutti i frutti. Al momento del conto, l&#8217;oste mi ha informato che quel signore aveva già pagato il mio pasto! Incredibili indiani&#8230;</p>
                                <p><center>&copy; Marco Ferrarese 2008-2012 - visit the <a href="http://www.monkeyrockworld.com">author blog</a> for more great content.</center></p>                        ]]></content:encoded>
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