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	<title>Monkeyrockworld &#187; sumatra</title>
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	<description>The Truest Hardcore Opinion on Living and Traveling Asia</description>
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		<title>A Bukit Lawang tra gli uomini della foresta</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2009 11:24:18 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2009/01/dsc_0451.JPG" alt=" A Bukit Lawang tra gli uomini della foresta  "  title="A Bukit Lawang tra gli uomini della foresta  " /></p>
<p align="justify">La barca che prendiamo dalla Malesia, da Penang, arriva a Belawan. Kit era già stata a Medan e mi aveva pregato di evitare di passare di nuovo in quell&#8217;inferno di motorini, costruzioni grigie e puzza di scappamento, e io sono abbastanza lungimirante e fortunato da incontrare una ragazza americana che vive a Bukit Lawang, dove siamo diretti, e organizzo una bella share car con lei. In questo modo evitiamo di prendere il bus pubblico per Medan, e siamo diretti a Bukit Lawang. Una considerazione su Sumatra e le sue strade: se vi dicono che un posto è a 50, 60 km di distanza, voi pensate a 300 dei nostri kilometri. Il viaggio infatti, uno sputo di nemmeno 60 km, lo facciamo in circa quattro ore.</p>
<p align="justify"><span id="more-175"></span></p>
<p align="justify">Quattro ore durante le quali siamo costretti anche a passare e sostare berevemente a Medan. Kit non ha totalmente ragione perchè a me la città ha ricordasto, in alcuni angoli, una sorta di Louisiana periferica molto più decadente, con casette di legno allineate su grosse strade cariche e congestionate di motorini e bemo (in balinese, il minibus pubblico che altro non è se un turbofiorino con panche laterali all&#8217;interno e impianti stereo da far impallidire il Number One di Brescia)&#8230; una sorta di retrogusto classico di Stati Uniti del sud mischiati alle atmosfere da caos del sudestasiatico.</p>
<p>Cos&#8217;è questa Bukit Lawang, vi chiederete? E&#8217; un posto da vedere. Una cittadina fatta di casette di legno e ostelli perennemente vuoti arroccata su una collinetta spaccata in due da un maestoso fiume tropicale sul quale due o tre ponti dalle architetture strane e di fortuna si mischiano come propaggini di metallo scarnato, fatte assieme col fil di ferro, il legno e tanta fortuna e fantasia. E&#8217; un paesino che sta sulla punta meridionale del Gunung Leuser national park, uno dei tre o quattro posti al mondo dove è possibile incontrare gli Uomini della Foresta. Ma così da vicino che vi farà stare male e vi sorprenderà a tal punto che descrivere l&#8217;esperienza col termine &#8220;magia&#8221; avrà comunque un senso limitato. Uomini della foresta, si intende Orang Utan. Scimmie possenti, grandi come uomini, dagli occhi espressivi come quelli di un essere umano. Creature capaci di muoversi in maniere suadenti, ataviche, con braccia al posto delle gambe, e così simili a noi umani da farti capire al volo che hai poco da fare il gallo, perchè alla fine sei solo una scimmia senza quei bei peli arancioni e idrorepellenti.</p>
<p>Bukit Lawang, una destinazione da sogno se non fosse che, nel 2003, una terribile inondazione ne abbia distrutto la vita e il turismo in una quindicina di terribili, bagnati, omicidi minuti. Da allora, complice anche la problematica provincia confinante di Aceh, sede di riottosi unabomber musulmani e destinazioni per le immersioni da sogno, pare che su Nord Sumatra si sia appoggiata la mano scarna della morte, con le sue lunghe dita ossute a distruggere ogni forma di turismo e di conseguenza aiuto per la popolazione che ancora oggi aspetta e si arrovella, e presenta a prezzi economicissimi alloggi e situazioni che sicuramente un tempo han visto giorni migliori, ma perlomeno, tenta sempre di fare un sorriso. Ci offrono un trekking nella jungla così insistentemente che anche se mi incazzo e accetto a malincuore, devo accettare perchè questa gente ne ha veramente un disperato bisogno. Altrimenti c&#8217;è sempre la vita nelle piantagioni di albero da gomma, ma credo che chiunque di voi preferirebbe fare la guida turistica per la florida jungla circostante, invece di rompersi la schiena in quei campi pieni di alberi che piangono colla sierosa.</p>
<p>Parlando di questo, segnalo un ragazzo molto simpatico col quale abbiamo passato due giorni veramente fortunati in una jungla che ci ha offerto tanti tipii di scimmie da farci venire quasi il voltastomaco, il suo nome è Ambri e lo potete contattare solo per telefono a questo numero di cellulare indonesiano 006281376945322&#8230; magari se gli dite il mio nome si ricorda e vi fa lo sconto, ma non siate strozzini, quando vedrete la situazione circostante, le strade a pezzi, la gente che cammina convulsa a piedi nudi, insomma, vi renderete conto in fretta che Bali è molto lontana, così lontana che quando la nominate la gente di qui si fa il segno della croce e quasi invoca pietà agli dei del turismo per mandargli se non lo stesso afflusso, anche solo meno della metà. Si accontenterebbero. Ed è anche questo che rende Bukit lawang un posto incastonato tra il reame dei sogni e quello terrestre, perchè anche se alle otto di sera tutto chiude e le uniche attività sono ascoltare il fiume che scorre o sedersi nella veranda di Indah guesthouse a suonare bonghi e chitarre coi rasta locali, èprobabilmente proprio questo che ce la fa ricordare come un piccolo angolo di paradiso dimenticato dal tempo e obliterato dai turisti. Quando sono lì, oltre a me, conto circa sei o sette occidentali. Molto pochi, anche se forse troppi&#8230; almeno questo sembrava quando leggevo e mi parlavano di Sumatra, che fosse un inferno di niente e di problemi. Non è così, perlomeno, non totalmente e non qui a Bukit Lawang.</p>
<p>Qui imparo che il cibo indonesiano è quasi perfetto: miscugli di sapori, riso bianco di base, curry differenti da quelli malesi, assolutamente nessuna componenete indiana, molta scelta di carni che galleggiano in sughetti multicolori, a volte rossi e puntinati di giallo, semoventi come budini molli. Ma non mangiate nelle guesthouse&#8230; attraversate il ponte dagli scalini sconnessi come quelli di Angkor Wat, che ogni volta che tenti di farne uno ti esce quasi il perone dall&#8217;anca. Andate a sedere nei negozietti che sembrano case perchè le donnine sono sedute a guardare la televisione, e le tovaglie a quadretti rossi e bianchi tradiscono solo bonariamente un&#8217;atmosfera da baracca rimodellata a tema ristorante. E&#8217; delizioso, e costa poco, ma occhio alla birra perchè anche qui ci sono i musulmani, che sebbene non siano integralisti come in Malesia, fanno risentire il loror credo sui prezzi altini delle bottiglie di birra, che ti costano più di un pasto completo. Se volete assaporare la quiete, e guardare negli occhi le creature della jungla, questa piccola decadente comunità addossata sulla collina e sul bordo della grande foresta del Gunung Leuser è la tana giusta dove dimenticarsi per un pò di come gli esseri umani vogliono vivere in questo inizio di nuovo millennio. Sarà forse merito delle scimmie, che osservano dall&#8217;alto degi rami e vi penetreranno coi loro occhi umidi e pieni di senso, un senso innaturale che forse era quello che albeggiava negli occhi dell&#8217;uomo, prima che imparasse ad uccidere e si inventasse una brutta cosa chiamata denaro&#8230;</p>
                                <p><center>&copy; Marco Ferrarese 2008-2012 - visit the <a href="http://www.monkeyrockworld.com">author blog</a> for more great content.</center></p>                        ]]></content:encoded>
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		<title>Ultimo giorno a Sumatra, col senno di poi</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 05:25:57 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2009/01/dsc_0747.JPG" alt=" Ultimo giorno a Sumatra, col senno di poi  "  title="Ultimo giorno a Sumatra, col senno di poi  " />
</p>
<p align="justify">Fa sempre male pensare al passato quando si ha davanti un futuro che ti aspetti radioso. In questo caso, fa più male il sentire la separazione da una donna che mi ha tenuto vicino per sei intere settimane, e io con una donna per così a lungo e così bene non ci avevo mai convissuto. Una corsa in taxi, la sua, ci ha separati nel buio di una pre alba in quel di Padang, capitale semicaotica dello stato di West Sumatra, dopo quindici giorni passati assieme ad espplorare questa grande isola da nord al centro. Lei ora è già a Kuala Lumpur, e presto a casa, a Penang. Una casa che è stata la mia casa per più di un mese, e quando viaggi così a lungo, un mese in un posto è qualcosa da archiviare come un documento importante, qualcosa a cui guardare come un tatuaggio appena impresso sulla propria pellaccia.<span id="more-173"></span><br />
Stasera sarò a Jakarta, volo Air Asia comprato perchè la stanchezza di macinare chilometri su bus spaccaschiena si è accumulata nei mesi, e la volgia di non prendere mai aerei si è affievolita un pochetto, ma ho comunque combattutto bene, a bandiera spiegata, prendendone solo due o tre, colpa anche i miei genitori in Cina. In ogni modo, sono quasi a metà del mio soggiorno indonesiano e mi basta appena a definire un paese che pare così diverso come lo sono le 17mila infinite isolette e isolone che lo compongono. Una vita ci vorrebbe per scoprirle tutte, e in questo primo, lungo soggiorno io mi limito a fare del mio meglio, e vedere almeno le principali della parte sud dell&#8217;atcipelago. Java mi occuperà per un paio di settimane, rimanderò credo Bali e Lombok per la fine e il nuovo arrivo della mia tigre della Malesia a metà febbraio (e mi sento un pò stupido al pensiero di far volare una donna verso di me, ma mi sento anche molto Giorgio Bettinelli, se è per questo, e quindi questo fa solo bene al cervello e a qualcosa anche che sta più in basso), e se avrò abbastanza costanza, soldi rimasti e voglia, nonchè una buona dose di tempo, una gitarella a Flores sarebbe tutta da considerare.</p>
<p>Ma ormai mi sento un pò malinconico, pregno di simboli asiatici che devono necessariamente essere digeriti meglio e alla lontana per essere imparati e capiti dal mio dna, e pronto a lasciare questa parte di mondo per cercare fortune in Australia, la terra dei canguri e si spera dei guadagni facili. Perchè ora sento anche lo strano bisogno di tornare a lavorare e odiare la mia vita lavorante, proprio perchè sto cominciando ad assaporare sempre meno la libertà del viaggio. E questo può diventare un male. Terribile male. Ancora circa un mese, una settimana di più, dedicati ad esplorare la magia indonesiana, prima di scomparire per un anno, forse meno, forse di più, nelle contraddizioni oceaniche.</p>
<p>E prendo tutto a cuor leggero, anche se un pò pesante; un desiderio di una compagna lontana, ma anche una necessità di ritrovare un equilibrio, di focalizzare dei punti che non sono ancora pronti, di mettere a frutto il mio magnifico cervello, e scusate se me la tiro un pochetto. Tanti progetti musicali che, si spera, diventeranno realtà a breve. Voglio riuscire tramite musica e parole a tornare ad essere pronto ad esprimere tutto quello che ho visto sottoforma di meravigliosa canzone e letteratura. la mia strada si apre nuovamente verso la cultura e il segno di tentare di diventare un punto di trasmissione tra realtà e suono. Grandi aspettative per un piccolo uomo. E una moto per Bali, e una casa furgone per l&#8217;Australia. Dopodichè mi mancherà solo la tigre nana di Penang al fianco, tanto per citare il grande Sandokan, e le cose potrebbero anche apparire semiperfette.</p>
                                <p><center>&copy; Marco Ferrarese 2008-2012 - visit the <a href="http://www.monkeyrockworld.com">author blog</a> for more great content.</center></p>                        ]]></content:encoded>
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		<title>Lentezza a Sumatra</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 05:14:35 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img src="http://www.monkeyrockworld.com/blog/wp-content/uploads/2009/01/dsc_0580.JPG" alt=" Lentezza a Sumatra"  title="Lentezza a Sumatra" /></p>
<p align="justify">Devo nuovamente chiedere scusa per la mia lentezza, ma da quando sono ripartito da Penang e dalla Malesia il 7 dicembre, sono successe moltissime cose che hanno solamente ritardato o impossibilitato la scrittura. Prima fra tutte, la jungla e la mancanza di internet, che, anche se cosa cosi&#8217; necessaria, spesso mi fa veramente bene e non mi fa mancare niente di questo mondo. Per quanto mi piaccia farmi sentire da questo piccolo ma sempre piu&#8217; folto pubblico, spesso e&#8217; piu&#8217; giusto godere delle cose che questo viaggio mi sta dando quotidianamente da solo, che correre sempre per dividerle con altri. <span id="more-171"></span></p>
<p align="justify">Innanzitutto, l&#8217;arrivo a Sumatra e in Indonesia: partiamo io, Kit e Peggy Chan, sorella che vive in Francia ed e&#8217; tornata per visitare la famiglia, per poi decidere di unirsi a noi per queste due settimane dal nord al centro di Sumatra. Decidiamo di non prendere l&#8217;aereo ma di usare il traghetto, credo particolarmente perche&#8217; da sempre ho voluto attraversare lo stretto di Malacca in nave. Ricordo ai viaggiatori che, se partite da Penang, il viaggio sola andata vi costera&#8217; 150 ringgit (30 euro, una bella bottarella considerando i prezzi medi malesi) e potrete fare la traversata solo il lunedi&#8217;, il mercoledi&#8217; o il venerdi&#8217;. Gli altri giorni si fa al contrario, ovvero da Belawan, il porto di Medan, a Pulau Penang.</p>
<p align="justify">Ci dicono quattro ore, che diventano alla fine otto, lunghe, pesanti, allungate su un mare piatto e scandite da The Dark Knight che non vedo perche&#8217; occupato a cercare di osservare la Malesia allontanarsi all&#8217;orizzonte, e un classicissimo duo Terminator e Terminator 2. Kit e Peggy mangiano due pastiglie anti mal di mare a testa e mi si addormentano addosso, impedendomi qualsiasi movimento, e io rimango inchiodato nella mia poltroncina ad ascoltare musica, vedere le evoluzioni di Schwarzenegger e farmi torturare dalle melodie techno trance lancinanti sparate a volume massimo da un gruppo di ragazze indonesiane che se ne ritornano a casa, piene di belletti e trucco pesantissimo in viso.</p>
<p align="justify">Una volta a Belawan, fila per sbrigare le formalita&#8217; doganali. Io mi presento con un visto turistico di 60 giorni ottenuto in consolato a Penang in 24 ore. Nota: se dovete fare un visto per l&#8217;Indonesia e vi trovate in Malesia, andate a Penang in Jalan Burma, gli impiegati sono gentilissimi e vi daranno il visto senza troppi problemi. Ricordate di portare solo una fotocopia di un volo o traghetto per uscire dal paese, requisito fondamentale, e sarete a posto.  Dico questo perche&#8217; appena mostro il passaporto munito di visto, un ragazzo dedito alla timbratura mi sorride e mi dice che con quel visto, posso stare in Indonesia per 6 mesi. E come? dico io. Semplice: e&#8217; possibile estendere questo visto per 4 volte consecutive, presentando una lettera di un amico cittadino indonesiano che garantisca la vostra buona inclinazione morale&#8230; insomma un&#8217;altra sorpresa.</p>
<p align="justify">Prima di arrivare, pensavo ed ero stato informato della difficolta&#8217; di ottenere i visti per un paese che, sin da quando ho cominciato a viaggiare nel Sud Est asiatico, mi aveva sempre affascinato. Ora che mi trovo a scrivere dei report all&#8217;indietro perchè non ho veramente avuto il tempo di farlo prima, mi sento un pò idiota ma consiglio a tutti di venire a Sumatra, un pò duretta a tratti, ma meta ideale per conoscere e capire un paese che, come le sue 17mila isola, conserva altrettante identità diverse come i pezzi di un enorme puzzle.</p>
                                <p><center>&copy; Marco Ferrarese 2008-2012 - visit the <a href="http://www.monkeyrockworld.com">author blog</a> for more great content.</center></p>                        ]]></content:encoded>
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