Esce un film su Tiziano Terzani, La Fine e’ il mio Inizio. Forse adesso e’ anche il mio.
Colgo l’occasione di una curiosa notizia riguardo l’uscita di un film sull’ultimo non-libro di Tiziano Terzani, “La Fine e’ il Mio Inizio”. Ironicamente, ma nemmeno tanto vista la biografia di questo personaggio al quale solo la Germania ha dato una possibilita’ di “formarsi” come giornalista di trincea e non solo a cavallo degli avvenimenti storici piu’ significativi degli oscuri anni ’70, il film non e’ italiano, ma ovviamente una produzione tedesca. E che cosa potevamo aspettarci? Incollo il trailer da vedere e gustare nella versione nazi sprachen, aspettando con curiosita’, sperando come molti di voi che non sia l’ennesima cagata. Succede spesso quando si tratta di adattare un’opera letteraria, soprattutto una di tale valore e complessa realizzazione come “La Fine e’ il Mio Inizio”.
Ma… sto scrivendo in Italiano? Si. Per una volta tanto, sento il bisogno di usare questa linguaccia poetica e decadente per esprimere quel che la notizia di un film sul Tiziano nazionale mi ha sconvolto dentro. Questo articolo vuole innazitutto ringraziare Tiziano perche’ e’ probabilmente anche per colpa sua se mi sono convinto a partire per la Cina nell’ormai lontano autunno 2007, pressato da un’estate di parole snocciolate nell’ora e mezza di treno tra Voghera e Torino, fatta quasi quindicinalmente, una spola tra un borgo merdoso e una citta’ non meno merdosa, ma piu’ colorata di extracomunitari, prostitute, mouth niggers (per chi non lo sa, le slot machines umane di via Nizza; gli metti una monetina in una mano, e ti sputano una pallina di cocaina infagottata nella plastica nell’altra) e personaggi di vari livelli di umano grandore o squallore.
Quelle parole che scorrevano veloci tra le mie pupille e il cervello, mentre l’aria pregna di umori di grano e erba appena tagliata sbuffava grossa dentro la pancia metallica del treno, lo scompartimento fumatori, quello piccolino, in cui non si poteva fumare piu’ ma che mi dava un senso di sicurezza, di esclusione, di non dover aver a che fare con la gente che saliva e scendeva. Quei discorsi di Asia messi sulla carta grigina e ruvida dei tascabili mi incuriosivano. Al punto che le giornate passate a macinare chicchi di espresso e lustrare il bancone del bar sbirciando di sottecchi le tette rifatte dell’alta borghesia Pino Torinense prendevano una strana connotazione atemporale. Una piscina gettata su un acro di terreno che avrebbe potuto essere ovunque. Mi incuriosiva particolarmente il discorso che Tiziano faceva sul Laos e la Birmania, paesi virtualmente ancora incontaminati e puri (gran balle, lo scoprii dopo, ma e’ colpa dei miei tempi, non dei suoi), mentre mi spaventava il discorso Cina dove sarei finito poco dopo… ma d’altronde cosa ci si aspetta da uno che e’ stato arrestato ed espulso da un paese che ha idealizzato ed amato cosi’ tanto, se non un libro pieno di rimorso e critica senza troppo bagliore?
In ogni modo, oggi, dopo quasi tre anni, mi sento di citare queste parole di Tiziano alle quali penso quasi quotidianamente, sbirciando a volte la quindicina di metri che separa il mio terrazzo dal suolo pieno di pantegane, la’ in fondo, computando le distanze e variabili del salto e traendone dati statistici terrificanti. No, non voglio suicidarmi, non preoccupatevi. Mi diverte solo immaginare tutte le varie possibilita’, e dato che la porta del mio attuale, bellissimo (il piu’ bello che abbia mai avuto) appartamento da’ sui fili dei panni per asciugare, un disastrato palazzo asiatico in lenta decomposizione dirimpetto, una pagoda cinese bianca al lato e la meravigliosa natura che se ne esce con una dorsale collinare verde verde, ma inquinata dal folle (ed esteticamente impersonale e orribile) sviluppo edilizio asiatico, il salto e’ la prima cosa che mi viene da pensare, prima di svoltare a destra, verso la tromba delle scale. Non abbiamo l’ascensore, qui… e’ un quartiere popolare malese. No fancy KL fake western lifestyle deconstruction for me, please.
“Il mio nome, il mio lavoro, la mia nazionalita’, tutto quello a cui un tempo sarei ricorso per definirmi, non mi parevano piu’ i miei. Non mi riconoscevo piu’ in quei pezzi d’identita’. Mi ci sentivo intrappolato. Certo: erano parte della vita che avevo fatto, la vita di cui avevo goduto, ma erano anche i pezzi della vita che mi aveva portato prima alla depressione, poi al resto, e il lasciarmi tutto alle spalle per avviarmi verso qualcosa di completamente nuovo era un vero sollievo” (Tiziano Terzani, “Un Altro Giro di Giostra” 2004 Longanesi, p. 335)

E’ questo che mi viene da pensare oggi, dopo alcuni mesi in cui ogni decisione e ogni aspettativa si sono trasformate nell’esatto contrario di quel che avrei voluto. Come qualcuno potrebbe dire, “il Monkey soffre di depressione”. Gia’, esatto. Bisogna sempre avere un piano B, e quello per amor del cielo ce l’ho quasi sempre, ma alle volte, e’ dura. Mi ricordo una volta si parlava di un amico che era “emigrato” da Voghera a Roma per vivere con una ragazza. Si diceva che per lui non era molto facile, perche’ quando litigava con la sua bella, e questa lo sbatteva fuori di casa, Voghera e la famiglia non erano dietro l’angolo. Quando ci penso da qua, mentre la pioggia tropicale si abbatte sui tetti come le carezze sessuali di Hulk, mi si inclina il lato sinistro della bocca in un gran sorriso diabolico, e una mano nera mi stringe il cuore, facendomi sanguinare dentro quattro o cinque gocce amare, di colore trasparente. Ma le lacrime dagli occhi non escono piu’, mai, anche se ci provo sempre, a piangere. E’ una maledizione che dura da tre anni. Non riesco a piangere piu’, e non perche’ sono un vero uomo, ma perche’ forse non ho piu’ il potere di controllare quelle emozioni.
La depressione del viaggiatore, o la depressione di chi e’ fermo da troppo tempo in un posto lontano, sta scombussolando i pensieri e i piani della mia corrente esistenza. Mi curo con poco riposo, una continua polluzione mentale di idee e progetti, e una fame di ignoto che mi rode l’animo. Gia’, non potrei appunto chiamarla una cura. Allora alle volte mi metto a leggere e a cercare di imparare altre cose, altre cose nuove, e arimuginare su quelle vecchie, e mi ritrovo nelle parole di Tiziano che ho citato poco sopra. E le convenzioni con cui usavo definirmi, appunto, non mi paiono piu’ le mie. In un certo senso sono una trappola dalla quale sento il dovere di reinventarmi, ancora una volta, non trovando pero’ la nuova forma preferita.
Diciamocelo tra noi, Tiziano. O chiunque altro abbia pensato di pensare alla propria situazione, in viaggio o meno. La cosa migliore e’ sempre affrontare il domani cominciando con una grande risata. Mai come ora che dovrei essere e sentirmi libero, mi sento in gabbia. Mi sento quasi come quando ero a Voghera nella mia stanza e sparavo il volume cosi’ alto che il vicino batteva sul muro. Spero che questa sia una fine, e ci sia presto un nuovo inzio. Scrivo queste cose perche’ sono sereno e dopo una tempesta, ho bisogno di fissare sul foglio e condividere con chi mi ama e chi mi odia qualcosa che, per me, non puo’ essere concepita con nessun migliaio di kilometri di nessun viaggio. Si capisce solo se, capendo il proprio ruolo in questo teatro di caproni, si decide di scendere dal palco e prendere la via d’uscita del cinema, e iniziare a camminare lontano, in quella stradina che non ti verrebbe voglia di intraprendere nemmeno se ti ci accompagnasse tua madre tenendoti per mano, da bambino. Questo mi veniva in mente leggendo i libri di Tiziano, e spero che questo film possa, anche se lo dubito al momento, descrivere seppur lateralmente questo sentimento che pare solo pochi siano capaci, o anche solo inclini, di provare. Lo aspetto quindi con trepidazione, e che sia un buon esempio, per tutti…altrimenti leggete il libro, che fa pensare abbastanza.












August 8th, 2010 at 10:31 pm
grande post, però correggi l’ultima frase “il libro che faNNO pensare abbastanza”
August 10th, 2010 at 9:10 pm
have a nice trip