Eccoci a Jakarta

A una prima occhiata distratta data da un aereo in discesa su questo macrocosmo di città, Jakarta pare un gigante difficile da amare. Persa nel buio di una serata di gennaio calda e umida, una estensione a perdita d’occhio puntellata da infinite file di luci che si perdono per chilometri e chilometri oltre la pista d’atterraggio, mi ricorda a prima vista lo sconforto che avevo provato avendo la stessa visuale aerea su un altro colosso del sud est asiatico, la mia cara Bangkok. Poi, ritirati bagagli e usciti dall’aeroporto schivando i soliti taxisti rampanti pronti a sfilarti anche le mutande e non solo il portafogli, l’idea lentamente cambia. Prendo uno degli efficenti bus DAMRI che dall’aeroporto partono verso i punti nevralgici della città, e mi dirigo a Lebuk Bulus, stazione dei bus situata nella periferia sud della città, dove dovrò incontrare Obeth, il mio ospite per i prossimi due giorni.
Vista attraverso i finestrini di un bus, Jakarta rimane sì caotica e trafficata, con motorini che sfrecciano ovunque lungo viali enormi, ma si riconferma subito anche come vero colosso asiatico, con grattacieli che spuntano da ogni dove e luci ovunque, anche sulle enormi torri girevoli che trasportano 24 ore al giorno materiali da un ponteggio all’altro. Se Los Angeles avesse una rete di trasporto pubblico decente, sarebbe Jakarta. Questa è l’impressione, un pò il traffico, un pò lo smog che non raggiunge i livelli della cappa sulla San Fernando Valley, ma si fa sempre sentire. Anche un pò una Hong Kong senza classe, ma grande. E basta sfrondare le arterie principali per trovarsi in tanti miniquartieri residenziali, puntellati da case di tutte le forme e dimensioni. Quiete. Incredibile quiete nascosta dietro quei vicoli, come se ci si lasciasse dietro tutto il rumore, le moto sfreccianti e il casino generale di questa città. E’ una sensazione strana.
Jakarta non è altro che un enorme ammasso di cemento spruzzatto attorno alla piazza della Vittoria, dove sorge il monumento fallico innalzato da Sohoarto, e chiusa a nord dal mare e dalla vecchia Batavia, ovvero il centro olandese di questa vecchia città totalmente trasformata. Viaggiando con la busway, una buona invenzione che permette di muoversi rapidamente in bus usando una corsia preferenziale abbastanza veloce per la città, e spostandosi da nord verso sud, è impossibile non meravigliarsi di come le strutture cambino, e quella che una volta era una città coloniale e decadente, ma sontuosa, diventa un poutpourri di simbolismi occidentali in vertice di globalizzazione. E grattacieli. E gente che riempie le strade, in stile tipicamente asiatico. Insomma, non è niente di diverso da quel che mi ero immaginato, se non sicuramente più ordinata di quel che mi ero messo in testa. Il contrasto con Sumatra è comunque devastante, si parla di anni luce, si parla di un’isola, Jawa, che detiene un primato di popolazione e di economia, contro una che, seppur più grande, è stata abbandonata a sè stessa, ai musulmani e alle scimmie. E lo dico con rispetto, ma è decisamente così.
Jakarta e Jawa mi colpiscono perchè qui la musica esiste, ed è l’unico posto nel sud est asiatico dove è possibile vedere delle magliette di gruppi hardcore, tra cui i Misfits spopolano con decalcomanie su motorini, caschi e chissà anche tatuaggi. Qua la gente arriva con la chitarra e canta e suona ovunque, e devi pagarli per farli smettere. E’ divertente. Qui un suonatore di gamelan sta seduto all’angolo della strada mentre una signora cuoce pollo fritto e un manager in giacca e cravatta entra da Starbucks per farsi un caffè e un riposino. Qui si riversano i sogni di una moltitudine di milioni di indonesiani che fanno vibrare questa città come appunto una Los Angeles dell’emisfero meridionale. Ed è dolce perdersi in questo mare, tra le vie popolose di bar e locali di Jalan Jaksa, accompagnati da questi indonesiani amici che sono, per modi di fare e spontaneità, i più simili agli italiani che abbia incontrato nel sud est asiatico. Solo un giorno per me è abbastanza per vedere le cose principali, e poi me ne allontano perchè sebbene affascinante, non ne divento un fan sfegatato. Ma credo che ci sarà sicuramente motivo di ritornare, e goderne ancora un pò l’atmosfera vibrante da alveare elettrico lasciato a scaldare nel micro onde.













January 26th, 2009 at 9:48 pm
Al momento sono veramente curioso di sentire cosa saltera’ fuori quando ti rimetti a suonare.
January 27th, 2009 at 6:10 pm
Eh, anche io, onestamente. la cosa con Matt dei Rupture sarà idiota e blues, e comunque, penso che ormai per me la questione di suonare in una band con più di uno o due elementi sia inconcepibile. Troppe brutte memorie dal passato.
February 1st, 2009 at 12:59 pm
Mi fa piacere sapere che qualcosa bolle in pentola… oddio, in effetti qualcosa bolle SEMPRE in pentola…
May 8th, 2009 at 2:18 am
h4lRIl comment2 ,