Good Evening, Vietnam Part 1
Lascio il Laos in una mattina piovosa dell’11 settembre 2008, sette anni dopo la caduta delle Torri Gemelle e il mio intorpidito risveglio nel cuor del Texas, quando dietro di me quel tipo con la radio tatuata sulla pancia mi dice “Sono cadute le torri di New York” e io, ancora fracassato da una di quelle serate che ti lasciano lame di rasoio conficcate sotto la calotta cranica al posto del cervello, che gli dico “Eh? ah, sì” e mi rigiro dall’altra parte per altri lunghi minuti. Nessuna America ma un Laos rurale e bucolico, schiacciati in dieci, sedici, a volte quasi venti in un songthaew che sarebbe un tuk-tuk a reazione, ovvero un camioncino adattato a trasporto passeggeri.
Un ducato infernale mezzo scoperto, con delle panche di legno a far da sedili e qualsiasi spazio usato come cargo, a volte con galline, a volte solo valigie o borse di yuta di vari colori che non si sa cosa ci sia dentro. Questa volta da Sam Neua mi dirigo a Nam Soy, il confine Lao-Vietnamita che più o meno ha aperto agli stranieri da un paio d’anni e che le guide sconsigliano di utilizzare. Appunto per questo, io decido di farlo, e passo tre ore buone, con levataccia alle 5.30 del mattino per arrivare alla spianata di cemento che funge da stazione dei bus e attesa di due ore che il tuk-tuk si riempia e che la pioggia inizi a scendere a grappoli, facendomi rabbrividire di freddo. Questa zona del Laos è la sua più montuosa, e per questo anche la più bella, credo. La strada minuta serpeggia tra monti rivestiti di foresta tropicale un pò montana, con tratti di piana costellati da villaggi tipicamente costruiti con case di legno dal tetto di paglia, le abitazioni più comuni da trovare nelle campagne laotiane.
Bambini nudi che camminano con piedi spporchi nel fango e buoi d’acqua e mucche marroncine che riposano all’angolo della strada, con le donne nelle loro strette gonne tradizionali a guardarti e sorridere, mentre passi. Tutto bello, a vederlo dal tuk-tuk, con una ragazza madre con tanto di bambina in grembo vicina, e prima vomita la bambina in un fazzolettino, e poi vomita la mamma, tirando di lato una delle tendine del tuk-tuk, mentre le altre donne alle cui non so dare un’età ma che sanno di antico come qualcosa di veramente antico, non si scompongono di una virgola.
Gente che sale, gente che scende, arrivo al posto di frontiera di Nam Soy alle 11 circa, poco prima che chiudesse per la pausa pranzo, e sbrigo rapidamente le formalità aiutato da uno strano nanetto vietnamita coi capelli a riporto così lunghi nei lati che gli si incastrano tra gli occhiali creando una strana acconciatura senza senso. Sta studiando inglese e quando gli dico che sono un professore, tira fuori un tomo degli anni sessanta almeno, mi indica la parola “future continuos” e mi dice:”contiiinos?”, tutto serio.
Senza ridere lo correggo sul difetto di pronuncia, e passo alla quarantena e al controllo bagagli, tutta roba che si sbriga rapida per me e in pochi minuti ho i miei timbri sul passaporto e passo a piedi per la terra di nessuno. Bellissima, con una vegetazione lussureggiante che mi piace molto, e un fiumiciattolo che scorre allegro alla mia sinistra. Dopo mezzo minuto passo sotto un cartellone e sono in Vietnam per la prima volta nella mia vita. Mi si presenta davanti una straziante desolazione da frontiera, un paese, Nameo, costituito da una unica strada polverosa, decine di cani randagi che ti gironzolano attorno in cerca di affetto o di digrignare i denti, e una fila di case sui due lati che sono tutte uguali ma tutte diverse per un particolare. Case di cemento, alcune brutte, altre più belle, e un pullman antidiluviano parcheggiato in un angolo. Già mi immagino, Thanh Hoa. La città che senza volerlo devo raggiungere.
Sto veramente cominciando ad odiare il fatto di dover limitarmi ai mezzi pubblici, vorrei comprare una moto e girare con quella, ma il problema di essere in Asia, non avere la possibilità di esportare il veicolo, insomma, una serie di casini che non si risolvono in due giorni continuando a spostarsi sulla mappa geografica. Prima o poi, veramente, lo farò. Presto, spero. Comunque, vengo a sapere a gesti che prima delle tredici il bus non si muoverà, e mi siedo un pò sconsolato e stanco su una panchinetta di legno con un paio d’ore buone da aspettare davanti. Mentre sono lì arriva uno dei vietnamiti che aveva fatto il viaggio con me in tuk-tuk e, senza parlare ma con dei gesti e tanti sorrisi, mi fa capire di andare a mangiare con lui lì vicino e aspettare, che anche lui deve prendere quel bus. Non so perchè ma lo seguo con scetticismo, come mi capiterà durante tutta la giornata, vittima di tanti racconti di viaggiatori che in Vietnam, e proprio nel nord, si erano visti trattati ben per le feste.
Il fatto poi di non capire niente di questa lingua nuova, così diversa a orecchio dal Lao, che sembra un pò Thailandese, e invece simile a un cinese smozzicato, ancora più barbaro e meno rotondo, mi fa un pò tenere la corda tesa. Entriamo in un ristorante che ha le pareti di cemento vivo, ma è pulito, e subito mi versano del tè e lui cerca di parlarmi, mentre arrivano gli altri amici e mi circondano. Un tizio con dei denti quasi completamente mangiati dal tartaro mi continua a sorridere, si siede vicino e mi dice cose alle quali rispondo con dei cenni delle mani e dei sorrisi, provocando la generale ilarità.
Mi maledico ma mi sento per l’ennesima volta all’anticamera di una brutta situazione, e la sensazione aumenta quando questo estrae da sotto il tavolo una enorme pipa di legno, la pulisce, e con un gesto che in Italia si fa quando si carica un enorme bong, appallottola con le dita del tabacco raccolto da un recipiente di plastica appoggiato sul tavolo e riempie il braciere. Lo fuma intensamente, senza far uscire una nuvoletta di fumo, un fumatore professionista, questo. Uno che starebbe bene nella classifica dei primi dieci fumatori di erba del pavese, me lo trovo qua con questa pipa enorme in mano, un tubo di bambù con un braciere ricavato in fondo, e lo vedo fare quel che speravo non facesse: ricaricare il bong, girarselo in mano e puntarlo verso di me, con sempre quel sorriso sporco di carie e difficilmente recuperabile stampato in faccia. Ho gli occhi di tutti addosso.










