Good Evening, Vietnam Part 2
Mi decido, fumo, con discrezione, tutti mi guardano, e quando sbuffo il fumo fuori loro si pronunciano in sorrisi e risate; di gusto: Ma è in quel momento che io, che non ho mangiato nulla dalla mattina perchè in carenza di soldi e con le carte di credito bloccate e senza la possibilità di fare nulla in una cittadina rurale come Sam Neua, inizio a sentirmi venire meno, tremare un poco, mentre cerco di versarmi altro caffè e apparire normale. Non sono stato drogato, no, affatto. E’ solo la potenza del superbong di bambù che mi ha fritto le cervella in una succhiata di aria compressa.
Grazie al cielo in un paio di minuti mi riprendo e le cose ricomiciano a girare per il verso giusto, soprattutto quando mi mettono davanti una ciotola piena di una minestra fumante nella quale galleggiano macchie di pepe, olio e coriandolo, e mi viene dato un buonissimo pane di riso e segale da spezzare e gettarci dentro. Mangio tranquillo, senza nessuno che mi importuni, anzi, solo con grande curiosità di questi vietnamiti che mi riempiono di grappa hanoi, mi obbligano a mangiare dai loro piatti e mi ingozzano di riso. Poi due di loro, tra cui il camionista coi denti indimenticabili, a grosse bracciate salutano e si infilano nel camion, direzione Laos. Mi indicano un altro camion che va ad Hanoi, ma io non so perchè non mi fido, e rimango in attesa del bus, mentre li saluto sorridendo con la pancia finalmente piena.
Tutto sembrava lungo e ovattato, ma perfetto. Ed è solo quando mi accingo a salire sul pullman che inizia il problema. Sapevo benissimo perchè avevo chiesto all’ufficio del turismo a Sam Neua, che il biglietto sarebe costato 8 dollari, cifra già spropositata per gli scarsi 150 km che ci separavano da Than Hoa, soprattutto considerando che in Vietnam esiste l’open ticket bus, che ti permette di salire e scendere dai bus da Hanoi a Saigon (per un totale di ben 1710 km)pagando circa 30$. Un niente di niente, e opzione davvero conveniente per viaggiare per il paese, quindi già mi giravano un pò per la cifra che mi sembrava esorbitante e ingiusta, rispetto alla bazzecola che pagavano i vietnamiti con me.
Immaginate quindi come mi sia sentito quando il conducente, un ometto grassoccio con una camicia blu e capelli corvini che sembrano un prolungamento naturale della pelle del suo viso, profondamente bruna, mi faccia un segno con la mano come per impedirmi il passo e mi dica: “Tuentifaiii dollaa”
Venticinque dollari? ma sei impazzito? Inizio a far valere le mie ragioni cercando con lo sguardo l’aiuto degli altri viet che stavano con me al ristorante, ma nessuno sembra capire, o volere fare qualcosa. Il maledetto continua a scuotere la testa e dire tuentifaiidollaaa, tuentifaiidollaaa, e mi spinge anche giù dal bus, con una maleducazione che avrebbe meritato un bel pugno sui denti, se non mi fossi trovato dove mi trovavo, ovvero nel bel mezzo del niente. Scendo dal bus e mi guardo attorno: fa un caldo impressionante che schiaccia i controni delle case, la mia gola è secca, qualche insegna dondola in una brezzolina leggera, e i cani sdraiati al sole sembrano morti in attesa di una lenta decomposizione bruciante di moscerini e vermi. Riguardo l’ammasso di lamiere del pullman, vecchio e scomodo, e mi riguardo attorno. Il camion diretto ad Hanoi è ancora lì, ma il suo conducente è sparito… e chissà che anche lui non voglia un regalino, giusto per condire la bella giornata di merda in cui son capitato.
Ho poca scelta: o aspettare per due giorni un nuovo pullman nella ghost town di Nameo, magari dormendo nella jungla e rivedendomi appioppare la stessa puttanata dei tuentiidollaaa dopo quarantott’ore di stillicidio mortale a subire il sole sdraiato su qualche panchina di legno, circondato dai cani dalle mammelle gonfie e i loro piccoli, oppure dare quel che vuole al bastardo e allontanarmi da lì, verso la civiltà e verso un posto dove possa ritirare del contante, che mi sta veramente scarseggiando. In pochi secondi scanditi dal rumore del motore che si scalda e dai colpi di clacson sgraziati che il bastardo fa risuonare nell’aria morta e calda di Nameo, riscuotendola dal suo secolare torpore montuoso, devo prendere una decisione.
Alla fine metto mano al portafogli, prendo due biglietti da dieci dollari, salgo e gli dico che solo venti te ne dò, e vado a sedermi. Come in una comica lui si alza, mi si fa di fronte e con una espressione mista tra il conquistatore e l’omosessuale che ha paura di rivelare il suo segreto all’amico del cuore, mi dice un terribile paiiiinauuu che scandisce coi denti, e quanto vorrei buttarteli giù tutti con un calcio ben assestato e piantarti il tallone in gola, girandolo, facendoti soffocare in una melma di sangue, denti rotti e gengive che si torcono. Gli lancio letteralmente i soldi e lo guardo con odio. Finalmente si può partire verso Than Hoa, e per una buona ora lo sconforto mi fa venire la depressione, non per 10 dollari di più che alla fine non sono molti, ma per questa ingiustizia maledetta che questi bastardi si prendono la briga di dare a chi, come me, vuole solo le cose come stanno. E mentre passo tra una vegetazione da sogno, palme e giunchi, strapiombi e fiumi dai colori torbidi, villaggi di capanne e donne con il cappello a punta che stanno in piedi nelle risaie, odio il Vietnam e mi sento male a odiarlo, ma per colpa di quello stronzo e di una stanchezza terribile accumulata nelle interminabili ore di viaggio, vengo sfiorato dal pensiero di mollare tutto e tornare a casa da qui. Grazie al cielo, mi addormento brevemente appoggiato allo zaino e quando mi risveglio tutto ha un sapore diverso, e la banconota da 10 spero serva solo a farlo soffocare, ingozzandosi di qualche zozzeria sulle strade di Than Hoa. Bastardo.











