Jiao Shan, la Grande Muraglia a Shanayguan
Dopo averne visto l’inizio, magicamente appoggiato sul mare, a Lao Long Tou (L’Antica Testa del Drago), questo fine settimana ho preso il pullman da Qinhuangdao per arrivare a Shanayguan, distretto locale che e’ il punto di mare dove inizia la Grande Muraglia cinese. Un viaggio di circa un’oretta su un pullman carico di cinesi in un fine mattinata fresco di dicembre, con un sole pallido ma splendente, sfrecciando su una superstrada affiancata da troppe fabbriche in disuso, costruzioni e cantieri di demolizione che incidono sul paesaggio come piccole cicatrici purulente, gettando gas di scarico nell’aria altrimenti azzura e cristallina. Il pullman numero 33 ci lascia davanti al First Pass Under Heaven, una specie di fortino che costituisce il centro della cittadina e la sua principale attrattiva turistica assieme a Jiao Shan, ovvero il primo passo della Muraglia.

Io e Francesca prendiamo un taxi e dopo pochi minuti siamo davanti all’ingresso del parco che porta alla scalata: c’e’ poca gente, il vento inizia a farsi sentire ululando tra le basse cime delle montagne brulle e setose che bloccano la zona e sulle quali si arrampica serpentino il muro, maestosamente incastonato in colori autunalli che sembrano una continuazione naturale della sua pietra scura. E’ la seconda volta che vedo la Grande Muraglia, la prima appoggiata su una spiaggia, questa volta pero’ provo la sensazione tipica di chi si trova davanti a qualcosa di impressionante e sicuramente maestoso nella sua tetra imponenza. Le geometrie della Muraglia sono strane e impietose per chi si appresta a scalarla: pezzi relativamente lisci e dalla pendenza moderata si trasformano velocemente in sbalzi rocciosi dai gradini mai uguali, enormi, fatti per gambe di giganti, non di umani, che tornano dopo pochi metri a un livello piu’ o meno di normale salita, dai blocchi di marmo piu’ compatti e praticabili. Iniziamo la scalata, e dopo una ventina di minuti, col fiatone, ci giriamo indietro e io vengo rapito dallo spettacolo: la muraglia si appoggia serpeggiando su una vallata scura, umida di colori autunnali e di foschia all’orizzonte, come se fosse veramente un serpente appena uscito dalla terra, ancora umido di madre natura.
Mi accorgo che non siamo nemmeno arrivati a meta’, e che la parte piu’ dura inizia proprio ora: ci arrampichiamo sui gradini che stanno di fronte, e continuiamo a salire verso il punto piu’ pendente, aggrappandoci alle sbarre di sicurezza, col vento gelido che soffia e mi morde la punta delle orecchie, come per staccarmele, urlandoci dentro i segreti incoffessabili che ha visto fino a qui, prima di schiantarsi contro la montagna e le pareti scure della Muraglia. Continuiamo a salire e, superato il punto di massima inclinazione, ci troviamo sotto alla seconda torretta, dove e’ necessario arrampicarsi su una tetra scaletta di ferro se si vuole continuare oltre il picco e superare la prima montagna. E’ incredibile e spaventoso guardare in basso mentre sto appoggiato a due pezzi di ferro a mezz’aria, a quattro metri dal suolo, e a direi almeno centocinquanta dalla valle, col vento che mi gonfia i capelli e mi da’ le vertigini. Con un paio di mosse mi tiro su, e presto sono all’interno della torretta, al sicuro dal vento, e affaticato e col respiro corto che mi tagliuzza i polmoni mi arrampico sulla seconda scaletta interna per uscire dalla torretta e proseguire il cammino sull’ultimo troncone di Muraglia, quello che si unisce all’unico tetro pezzo originale rimasto ancora aggrappato sulla spalla della montagna, dopo secoli di lento sbriciolamento.
A questo punto, prima di raggiungere l’inizio dell’impenatta del passo piu’ alto, camminiamo ancora per pochi metri per trovarci di fronte la fine del muro ricostruito, dietro la quale lo scheletro rattrappito ma ancora maestoso dell’originale continua a salire per almeno altri trecento metri. Vediamo un gruppetto di ragazzi cinesi che stanno scendendo dal cucuzzolo della montagna, attenti a non mettere un piede in fallo sulla roccia ormai lisa e appiattita dal tempo, e decidiamo che dobbiamo provare anche noi. Il brutto e’ che per raggiungere l’altro pezzo di muro bisogna arrampicarsi sul parapetto e salire su un paio di scalini, con una scarpata di almeno otto metri alla propria destra, e un vento che facilmente ti porta giu’, a schianatrti sulle brulle pareti di questa montagna bruna. Francesca decide di provare, io le tengo saldamente alle caviglie per evitare disastri: si alza sul parapetto, stando accovacciata, e cammina come l’uomo ragno verso destra, aggrappandosi con forza al gradino superiore. Arriva in cima, soffia il vento, e la vedo bloccarsi. “Voglio tornare indietro”, mi dice.
Non e’ facile descrivere la sensazione che si prova su questo muro: la sua geometria e’ decisamente irregolare, frastagliata, e’ piatto in certi punti e ripido come un
a parete in altri, ti fa sentire lontano da terra, in un’altra dimensione. So che voi che leggete non capite, ma e’ come se il baricentro della terra scomparisse, e ci si trovasse su un’architettura solida ma traballante, scossa da un vento freddo che fischia attraverso i buchi e le feritoie del muro. E’ come stare in piedi sulla spina dorsale di un mostro di pietra, come camminare in una geometria lovecraftiana che sta ancorata alla terra ma continua a cambiare prospettiva. Tengo piu’ salde le caviglie di Francesca che si gira e striscia verso di me, col baratro a sinistra, lenta, appoggiandosi col sedere per bene sulla pietra… eccola che scende, la tengo. Tutto a posto. Gli stessi cinesi che avevano fatto il passo ci guardavano a pochi metri, per controllare probabilmente che non ci scappasse il morto. Appena Francesca tenta di tornare, uno di loro arriva e indicando la roccia dice nel suo inglese stentato “It’s very dangerous”. Lo ringrazio per tanta saggezza cinese elargita ai poveri lao wai, e ci dirigiamo verso la discesa, che e’ ovviamente piu’ facile della salita, ma in vari punti amplifica ulteriormente la sensazione di camminare su un corpo semovente, che si scuote, assonnato. Per dieeci minuti scendendo mi accorgo di avere i piedi che si muovono mezzo metro piu’ avanti del mio bacino. Sto camminando con gli addominali. Quando siamo vicini al parco sottostante, incrociamo un vecchio sessantene che saltella nella direzione opposta, verso il picco. Va su come una capra di montagna, e noi ci guardiamo, scendendo, e ci sentiamo veramente un po’ fuori luogo.












