Krabi, piaceri di mare

Non so perchè ma, sebbene ancora non capisca se la dimensione isola tropicale mi affascini o meno, ho deciso dopo Koh Tao di fare un salto sulla costa delle Andamane, dall’altra parte, e invece di scegluere la lussuriosa bolgia phuketiana, ho scelto le rocce di Krabi. In verità, il viaggiatore che arriva a Krabi Town non troverà niente se non un paesaggio di rocce carsiche sullo sfondo, e una cittadina calda e solare, ma niente spiagge. Per queste, è necessario spostarsi in barca (e conseguentemente pagare una a mio parere sproporrzionata somma che va dai 150 ai 250 baht, a seconda di qualte persone ci sono a bordo della barchetta) sulla spiaggia di Railey o Ao Nang.
Io ho optato per Railey, più famosa per i suoi picchi carsici che donano alla costa una graziosa dimensione lunare. E’ incredibile galleggiare nelle acque verdoline del golfo e lasciare andare lo sguardo sui contorni spinosi di queste rocce, grossi guardiani posizionati da tempo immemore, pieni di occhi di pietra nei quali si possono leggere infinite forme fantasiose, a seconda di quanta fantasia abbia l’osservatore. Arrivato nell’ultimo periodo di bassa stagione, non mi sono trovato circondato da orde di turisti infami assetati di sole, e ho potuto godere con più spazio per l’occhio dei contorni seghettati della spiaggia. Subito dietro l’angolo c’è Tonsai beach, punto di ritrovo dei vari scalatori di roccia che vengono qui da varie parti del mondo per cimentarsi con questi picchi grassi e frastagliati, ricoperti di vegetazione sparsa sulle loro cime come grandi teste dai capelli riccioluti.

Tonsai è anche più lussureggiante, avvolta da una fitta giungla che nasconde i sentieri dietro le montagne di roccia e dà un effetto decisamente più selvaggio e meno sviluppato a tutto l’ambiente. Parecchi bar punteggiano la costa, uomini tailandesi che si cimentano con giochi di fuoco sono lo spettacolo principale da osservare mentre rilassati si sorseggia un cocktail su una delle verande di legno che dai bar si allungano sul mare in alta marea, risonante come un mucchio di campanellini sordi. Il rumore di risacca scandisce i minuti di queste serate, così come l’imperante musica reggae sgorga dalle grosse casse posizionate agli angoli dei bar per il piacere degli ascoltatori affezionati. Non troppo per il mio, ma bisogna chiudere un occhio, di tanto in tanto. A differenza di east e west Railey, Tonsai conserva un’atmosfera più rilassata e decisamente selvaggia, con stradine di terra battuta vagamente illuminate da faretti artificiali posizionati tra le frasche delle piante, tanto che è facile inciampare o infilare i piedi in una pozzanghera di fango molliccio senza veramente accorgersene. Un tragitto si inerpica sul dorso di una montagna e regala un’esperienza di giungle tradizionale a chiunque decidesse di avventurarsi tra railey e Tonsai senza usare le barche che aspettano pronte a spillare quattrini ai presenti.
La famosa isola di Phi Phi sta davanti a noi, e ancora non mi sono deciso se fare la traversata o meno: pare un paradiso tropicale, ma si paga caro, e quanti altri umani vorranno gioire dello stesso paradiso con me, rendendolo un insopportabile sgomita sgomitello?? Non so, ma la cosa ancora mi frulla in mente, e la rimando forse a domani. Phi Phi è l’isola che è protagonista di “The Beach”, libro di Alex Garland prima, famoso film con Leonardo di Caprio poi, ed è quindi ovvio che non mi troverò solo tra le sue palme ondeggianti. Rimandiamo Phi Phi a un’altra storia, se mai ci metterò piede.
Le isole. In realtà, Krabi non è un’isola ma è un’insieme di spiagge che danno sull’Oceano Indiano incapsulato da una baia graziosa e tranquilla. Comunque, le isole mi danno uno strano feeling: lussureggianti, belle, paesaggi da cartolina ed acque stupendemente trasparenti, una cosa che se qualcuno mi dice che la Sardegna è sempre e comunque meglio, dovrebbe farsi il segno della croce qualche volta, mentre lo dice. La vita da bungalow, oziosa e deliziosa, le colazioni sontuose nei buffet di questi resort in bassa stagione e in caccia di clienti che poco si adattano alla mia maniera di viaggiare completamente barbona, tutto questo mi abbaglia e mi esalta, ma mi annoia pure a morte. Non c’è nulla da fare se non oziare in un’amaca, cuocersi sulla spiaggia, bere delle birrette e osservare questi corpi scuri e muscolosi giostrarsi palle di fuoco tutto intorno. Qualcuno potrebbe descrivere questo come un paradiso, ma la mia iperattività non me lo permette. Allora oggi tento di scrivere queste righe permeate di oziosa inquietudine e desiderio di entrare in Malesia al più presto per il puro gusto di una grande curiosità, mentre dall’altra parte l’istinto di esplorazione cartografica prevale e mi impone di sfruttare ancora questi ultimi otto giorni di Tailandia, fino alla prossima volta.
Una Tailandia che stupisce ma delude anche, così assorta nella sua voglia di spillare quattrino al turista e offrire tutto il possibile dello sport e del sesso estremo in maniera tranquilla e disinibita, ma mai volgare, sempre per assecondare le brame di quel dio denaro che a me non piace proprio.
Insomma le rocce di Krabi, una versione costiera dell’ Halong Bay vietnamita e dei campi di riso cinesi di Yangshuo, colpiscono nel cuore della scimmia, ma generano pensieri di rilassata inquietudine. Molti pensieri si accavallano, non ultima la necessità di stabilire un giorno di partenza australiana dall’indonesia e decidere una destinazione. Melbourne o Perth? Gold Coast o Darwin? Bho? Sempre così, la malattia cartografica incalza con un morbo peggiore dell’alzheimer, e io tremo e tremo mentre mi perdo tra i buchi ossei che ricoprono le gibbose superfici di queste rocce che sembrano moniti divini contro qualcosa che inevitabilmente è già successo, e guardano ciechi e sordi la vita che, come sempre, continua a svolgersi impassibile al livello dei loro menti di pietra.











