Malesia, una giungla di alberi e di culture, pensando a Penang (Part 1)

Un titolo che sembra l’inizio di una brochure per il turismo malese, ma non ho altre idee o immagini rapide che possano identificare quello che la penisola Malese ha saputo trasmettermi in questi primi cinque giorni. I suoi templi sono colorati come la gradazione della pelle delle sue persone, i suoi sapori sono speziati come i colori delle salse indiane e dei curry malesi, per non parlare dei fumi che si elevano alti dagli altari dei templi cinesi disseminati per tutta la regione.
Dopo Konfrontasi e Merdeka varie, questa giovanissima nazione che ha soli 51 anni è il fiore all’occhiello del mio viaggio nel sud est asiatico che si sta, ahimè, quasi concludendo. Si parla sempre di tre mesi, ma di soli due paesi, Malesia e Indonesia, così vicini, se solo non li separasse una così vistosa differenza economica.
Il primo impatto è stato con Pulau Penang, isola stato nell’estremo angolo nordoccidentale del paese, un breve viaggio lungo un’autostrada che ricorda una versione allo specchio di una italiana, solo perchè qui si guida sulla sinistra. Ma tutto, dai guardrails ai cartelli segnaletici verdi, i caselli e le corsie, sembrano direttamente ricalcati dalle autostrade italiane e messi in un contesto tropicale. Il verde e le palme sono la costante che rigogliosa scorre sotto gli occhi mentre il furgoncino ci scorrazza dal confine giù verso il lato ovest della penisola, avvolti da un caldo davvero opprimente che fa luccicare l’asfalto come una striscia d’argento nel mezzo di un mare di bassa vegetazione verdegiallo lussureggiante.
Non avevo particolari aspettative sulla Malesia, trattandosi di un paese a prevalenza musulmano che infligge la pena di morte ai trafficanti di droga e non va sul leggero su tutta una serie di cose. Non mi aspettavo nulla di buono, pensavo sarebbe stato un ennesimo passaggio, ma speravo onestamente in un cambio, data la almeno così apparente differenza con la appena abbandonata Thailandia. Questa volta mi sono accorto che tenere basse le aspettative può aiutare molto a trovare qualcosa di buono in quello che si credeva molto meno buono di quel che in verità è.

Penang si raggiunge attraversando un ponte che unisce la terra dell’isola alla penisola e solca l’Oceano Indiano: una miriade di isolette e minuscole spiaggette che affiorano miracolosamente dall’acqua costellano un mare a dir poco cristallino, mentre il profilo basso ma moderno imponente della città si staglia all’orizzonte, addossato a un interno di basse montagne verdi e ricoperte da densa foresta tropicale, un insieme di vegetazione che tentacolarmente ti prende gli occhi anche se si trova così lontana.
Il centro città è rappresentato dal Komplex Komtar, che è una sorta di stazione dei bus e centro commerciale ultramoderno da cui si può esplorare l’isola in maniera comoda e rapida. La cosa piacevole, arrivati dalla Thailandia, è il constatare che i prezzi sono molto più abbordabili della sorella del nord, e la voglia di fregarti, se c’è, pare mascherata da una cordialità indicibile, condita dal pregio che TUTTI parlano inglese. E riuscire a capire chiunque, anche il guidatore di rickshaw malese che mi accoglie sul marciapiede e mi inizia a raccontare in perfetto inglese che se anche non voglio prendere il suo rickshaw sono benvenuto, e che posso usare qul bus laggiù e andare dove devo andare, fa un estremo piacere.
I malesi, strana parola per definire gente che può essere scura come il buio della notte o chiara come la slavata bellezza cinese che cammina in tacchi alti e zerogonna da urlo alla mia sinistra, proprio adesso. Oppure la ragazzetta con il burka che le incastona il viso in un alone di mistero, e mi fa fantasticare sul colore dei suoi capelli, su quello che potrà pensare la sua famiglia, sul neo che potrebbe avere nascosto proprio là, in quel punto imperscrutabile sul collo, sempre nascosto agli occhi dei mortali. Bei visi ambrati, dalle labbra pronunciate e occhi a mandorla ma non troppo… non come quelli di questo ragazzo cinese che sta aspettando il bus seduto di fianco a me.













November 28th, 2008 at 5:29 pm
Dai che mi stai convincendo a fare capodanno lì!