Mongolia Day
E’ capitato per caso, ma ho festeggiato un paio di sere fa la Festa dell’Indipendenza della Mongolia. Tre settimane fa, a corso ben inoltrato, l’Universita’ ha pensato bene di fare arrivare quattro studenti mongoli, di livello completamente principiante, e di piazzarli in classe con gli studenti cinesi che stanno preparandosi alla partenza per il Progetto Marco Polo in Italia. Una mossa direi calibrata con una precisione infallibile: ora ci troviamo a insegnare praticamente a due classi di livello diverso in una, saltando da un banco all’altro, col risultato finale di appesantire le nostre ore, e di peggiorare la preparazione di tutti. Ma ai cinesi, ahime’, non si comanda, e si fa quel che loro dicono di fare.

Chiudendo la parentesi di mortificazione, devo dire che i mongoli, al contrario, non solo si sono dimostrati ottimi studenti volenterosi e rispettosi (ben piu’ dei colleghi cinesi), ma si sono anche rivelati essere personaggi amabilissimi, giovani di 20 anni o poco piu’ che vivono la vita come lo facciamo noi in Europa, con un occhio di riguardo molto piu’ rivolto alla Russia che non al resto dell’entroterra asiatico. La loro lingua, allo stesso modo, mi ricordo un po’ il russo, ma molto piu’ borbottato in fondo alla gola… e’ quasi divertente, da ascoltare. Comunque, la Mongolia era una volta parte dell’Impero di Mezzo (la Cina, per chi non lo sapesse), e solo nel
1914 ha dichiarato la propria indipendenza, staccandosi dalle regole imposte dalla Dinastia Qing. La Mongolia mi esalta: steppa, ha una bandiera che sembra il copritavolino di un indovino o di un mistico, con colori accesi, sanguigni, fieri. Adora il lupo, animale libero della steppa, anima in pena che girovaga eternamente. E’ un paese che pochi considerano o conoscono, ma che e’ incredibilmente avanti, coi suoi miseri 4 milioni di abitanti: uno dei miei studenti, che si e’ ribattezzato Aldo in onore di Aldo Moro, ha 22 anni e lavora da due nella sede del Partito Democratico di Ulan Bator. Ha un tatuaggio arcigno che gli copre l’intero avambraccio destro, e lavora per il partito che fa leggi e governa il paese. Rendiamoci conto che in MONGOLIA, e non sto dicendo altro, dico MONGOLIA, a 22 anni i giovani lavorano in partito. Il paese ha una voglia radicale di cambiare, di essere giovane, di essere avanti. In Italia a 22 anni se ti proponi con un’opera prima o un’idea imprenditoriale, la gente ti ride in faccia. Politicamente parlando, a 22 anni sei fortunato se qualche assessore mezzo paralizzato che sicuramente ha un piede in parrocchia e l’altro tra bordelli d’alto bordo e mafia locale, ti permette di pulirgli la punta delle scarpe con la lingua. E lo dico perche’ l’ho visto fare, coi miei occhi. Sono sorpreso, esterrefatto. Devo visitare la Mongolia, assolutamente, devo andare a casa di Aldo e continuare a mangiare la deliziosa carne di cavallo che mi hanno cucinato, il maiale saltato in uovo sbattuto, i sughi carnosi… una delle cene migliori fatte da quando sto in Cina
Queste sono
persone semplici, umili, ragazzi che hanno voglia di divertirsi e che vengono in Cina perche’ in Mongolia NON ESISTE una scuola che insegni l’Italiano. Qui lo dico, mi candido come primo professore di Italiano della Mongolia, chi mi legge da Ulan Bator, perfavore, faccia avvenire il miracolo. Vi rifaccio notare come Aldo abbia scelto il suo nome Italiano prendendolo da Aldo Moro, un personaggio che, diciamolo, per quanto importante per la nostra storia moderna, non esce dai confini piu’ di tanto. Eppure, qualcuno in Mongolia che conosce la storia italiana c’e’. Mi vergogno a pensare che i miei ex studenti privati, italiani diciottennni che manderanno il nostro paese in pasto al nulla e all’oblio, sicuramente non lo conoscono. E allora torniamo alla Mongolia, che tra fiumi di birra, brandy e pepsi e un succo puro al 100% che mischiato col the e’ delizioso, ma che lasciato in tazza puzza come un’ascella non lavata da mesi, mi offre questa ospitalita’ dirompente, mi lascia perplesso. Qui, a migliaia di km da quella che dovrebbere essere la mia casa, mi sento piu’ a casa. E’ strano a dirsi, ma quando mi regalano un Durvun Berkh, mi commuovo. Il Durvun Berkh e’ un sacchetto di pelle con un cammello ricamato sopra, che contiene quattro vertebre di pecora, ossa vere. Ci si gioca come a dadi, e a seconda di come le quattro vertebre cadono e si appoggiano, ti predice il futuro. Non bisogna esagerere, con il Durvun Berkh, perche’ puo’ far male alla salute. E continuo a pensare che questi ragazzi facciano parte di qualcosa che in qualche modo, mi appartiene. Prometto di andare in Mongolia, ho promesso ormai e Ulan bator mi aspetta, il prossimo agosto. Voglio dormire in uno Yurt e cavalcare i cammelli con due gobbe pelosi, come nelle mie fantasie piu’ segrete. Voglio vedere i lupi e perderemi nei colori immensi della steppa piatta. Voglio ritrovare quell’ospitalita’ che qui, in Cina, mi fa sentire quella bandiera psichedelica avvolgermisi addosso… viva la Mongolia!!












