Qinhuangdao, una Cina decisamente poco turistica
Molte persone vanno in un paese straniero cercando qualcosa che generalmente e’ preimpostato, visto sui libri o in televisione e ormai indelebilmente prestampato nel nostro cervello, ci vanno e sfruttano, giustamente, tutto quello che una bella esperienza turistica puo’ offrire: monumenti, posti particolari, grandi citta’, vita, movimento, luci e colori. Tutto questo e’ ok per me, ma quando ti ritrovi a dover vivere in un posto scelto a caso su una mappa sconosciuta, dover essere inchiodato da un impegno di lavoro, allora le cose ti si riflettono addosso con un effetto diverso, e ti puoi ritrovare a dover far fronte a una situazione che non avresti mai immaginato prima. Praticamente gli stessi problemi della tua vita fino a ieri definita normale, ma amplificati dal fatto di essere in un paese straniero, e nel mio caso, un paese enorme che non parla nessuna lingua a me conosciuta. Una nazione che ha tante facce diverse come potrebbe averne un’America profondamente capovolta in senso rurale, moralista, in rapida espansione ma come potrebbe espandersi una macchia di petrolio fuoriuscita da un buco nella chiglia di una petroliera… senza nessun controllo.
Qinhuangdao e’ una Cina provinciale, abbastanza piacevole per essere gradevole, abbastanza grande per essere considerata sulle cartine geografiche, e abbastanza oscuramente provinciale da stupire con le sue contraddizioni di centro iper modernamente squallido e periferia industriale in espansione, mischiata a piccoli hutong dove la pavimentazione e’ terra battuta spazzata da un vento spesso gelido, sputato dal mare costellato da enormi navi che ricordano qualcosa come le astronavi di Capitan Harlock mischiate con delle portaerei da guerra nazista. Il grande Stadio Olimpico troneggia sul mare, moderno e inutilizzato, simbolo eterno della preparazione dell’Impero di Mezzo alla sua esposizione a livello mondiale. Grattacieli in costruzione guardano daile loro cento orbite senza occhi, neri e minacciosi, aspettando di prendere un colorito normale. La citta’ e’ una freccia di case e palazzi incastonata perfettamente tra il mare a est e le montagne a ovest, subito dietro al confine cittadino.
Il sabato in centro migliaia di persone si affannano nel rito dell shopping sfrenato, sia nei vari banchetti per le strade, sia nei moderni centri commerciali che nulla hanno da invidiare alle nazioni occidentali che la Cina tanto sta rincorrendo a perdifiato. Per me e’ una sensazione strana, trovarmi a girovagare tra le insegne a me incomprensibili se non per i quattro caratteri che sono riuscito a imparare da quando vivo qui, evitando persone che si fiondano a razzo sul tuo stesso metro di marciapiede e biciclette elettriche che sfrecciano da ogni parte, impazzite come i
taxi che pur di raccattare su qualcuno si trasformano in pedoni pachidermici, pericolosi. Le auto volano sulle strade a doppia corsia, e nessuna striscia o isola pedonale e’ sicura. Per fare un esempio, stasera tornando a casa col pullman ci siamo trovati di fronte in contromano un furgonicino che non si sa dove stesse andando, ma non avrebbe fatto tanta strada continuando in quella direzione assurdamente sbagliata. Un insieme di regole ferree che si squagliano al sole di un’anarchia perfettamente organizzata, questa e’ la Cina che posso vedere qui a Qinhuangdao e che ho visto sin’ora nei miei brevi pellegrinagi attorno alla provincia di Hebei. La voglia di partire e di vedere qualcosa di piu’ autentico e diverso dalla massificazione disarticolata della costa Nord Orientale e’ grande, ma ho ancora poco meno di due mesi da aspettare… non e’ poco, me ne rendo conto, ma in nessun modo l’inizio di questo lungo viaggio deve buttare giu’ il morale.
Pochi i bar decenti dove andare a bere della birra e cercare di interagire con la popolazione locale e gli altri insegnanti di lingua che si degnano di essere degli esseri umani decenti, piagati dal fatto che i cinesi alla sera non sembrano amare uscire troppo dopo le 22, ma molte le occasioni di osservare e cercare di capire come funzionino le cose qui, di entrare nella vera mentalita’ cinese che e’ molto diversa da quella che vi fanno vedere una volta arrivati a Beijing. Perche’ anche li’, mi preme dirlo, non si gode troppo di enormi liberta’. Certo, Sanlitung e le zone dedicate agli occidentali le possiamo trovare li’ come in qualsiasi altra grande citta’ mondiale, ma quello che preme sotto la superficie e’ una cosa diversa. Quello che si respira in citta’ come Qinhuangdao e’ un desiderio di essere moderni fermato sul nascere da una cultura che e’ stata repressa per decenni. E’ strano e un po’ fatale perdersi nella colorata atmosfera del fine settimana, scegliere dove mangiare ed entrare nei vari negozi pieni di ogni invenzione tecnologica, dvd, cd e scandito dai ritmi di certa musica techno terribilmente ottanta che viene sparata da casse posizionate all’ingresso di centri commerciali e locali. E’ una festa di suoni e colori velati dal grigiore autunnale di un cielo che subisce un po’ i danni dell’inquinamento costante e nasconde tanti piccoli segreti che impari a scoprire ogni giorno, mentre diventi pian piano uno di loro, anche se non vorresti succedesse.











