Sumbawa in moto verso l’ignoto Part.2
A dire la verità, non sappiamo nemmeno dove sia, nè cosa sia Maluk; ci ostiniamo solamente a seguire i cartelli verdi e la strada asfaltata e ben tenuta, una cosa strana che non ti aspetteresti osservando la spina dorsale montuosa che si estende tutto attorno, sopra e sotto di te, e diventa accecante di colore verde una volta che il cielo si apre e la luce piena del sole ci rimbalza sopra. Le capre sono sempre presenti, e ora anche qualche grossa mucca e altri bufali d’acqua che muovono la testa come drogati nel loro movimento articolare strambo, è una popolazione delle montagne alla quale una tantum si unisce una moto o gruppi di bambini che, quando passiamo arrancando in salita, saltellano da tutte le parti e tendono le mani per darci il cinque. Ci chiamano “Mister!” e la cosa fa sorridere e fa piacere, mentre li vedi saltare dinoccolati, fare una mezza capriola in aria e atterrare sull’altro lato, sempre sorridenti. Ci fermiamo a fare benzina comprandola da un tizio al bordo della strada che la tiene sigillata in grosse bottiglie di birra, esposte su una specie di libreria fatta di legno e frasche. Anche qui, sorrisi e cortesia, nemmeno la minima ombra di tentare di fregarci, nemmeno un misero biglietto da 1000 rupie (circa un sedicesimo di euro).
E’ una calma che ti fa sentire in una casa che non è la tua, ma sa di verdeggianti montagne, di spirali di colori e onde che si infrangono alte e perfette all’interno di covi e baie dalle forme allungate, quasi semicerchi perfetti, o corna di bue aperte a sfidare un mare azzurro cristallino che ogni volta che ci buttiamo giù ad affrontare una discesa ci colpisce in volto come uno schiaffo di bellezza e ci fa gridare WOW all’unisono, in Italiano e Finlandese che per una volta suonano come la stessa lingua. La moto si rivela ancora una volta lo strumento vincente per godere di questo paesaggio al duecento per cento, col vento nei capelli e il rumore del mare che ci segue perenne lungo la costa per la buona ora e mezza di guida che ci separa da Maluk. Se fossi stato in pullman, non avrei goduto di Sumbawa e del suo caldo abbacinante abbraccio solare. Non saremmo state le star che appaiono in un villaggio fatto da un warung e tre case, con due vecchi indonesiani che si sofrzano di parlare inglese e io che mi sforzo a parlare indonesiano, e si finisce tutti quanti a guardarsi a quattro occhi dietro una potente risata sarcastica. Bollenti caffè strappati al bordo della strada, polveri marroni mischiate ad acque bollenti, rigeneranti passioni saccarine giù per la mia gola bruciata dal sole.
E si continua così sino ad arrivare a Maluk, che in sè, è una striscia di strada che scorre parallela a una spiaggia dove, a parte noi, che arriviamo distrutti dopo una giornata di moto tra Mataram a Lombok e questo punto della costa sud occidentale di Sumbawa, altre quattro o cinque mucche magre stanno prendendo il sole poco caldo del tardo pomeriggio. E la sabbia è grigia, bianca e grigia, e porosa, si fa sentire pesante sui piedi stanchi, e ci sediamo e osserviamo queste corna di bue puntate al largo con centinaia di creste d’onda bianche che si infrangono sul bagnaschiuma con suoni identici e precisi, rimaniamo come estasiati, mentre il cielo inizia a pittarsi di rosso, come un guerriero Sioux in versione sud est asiatica. E non riesci a non pensare a niente altro che a terra, cielo, mare e capre, e i pochi sparuti pescatori che si affannano al largo diventano puntini di incongruente ostruzione paesaggistica. E chi più ne ha più ne metta, ho guidato per quattro ore e ho pure aspettato due ore su un traghetto, lasciatemi riposare, finalmente, lasciate che i miei capelli schiacciati dal casco si impregnino di odori salmastri e la mia bocca desideri acqua, e non si asciughi come un posacenere di uno che non fuma.
La Couchsurfer è musulmana e non capisce per bene quando le parliamo, ma ci offrre l’appartamento di un suo caro amico che se ne va per il weekend, così abbiamo un posto dove dormire per terra sui miseri materassini indonesiani… ma la schiena non ne risente, anzi. E’ stranamaente quasi piacevole, credetemi, per due notti, lasciarsi annichilire dalla potenza distruttiva di quest’isola. Sì, perchè distrugge i sensi, perchè è una cosa diversa, perchè non è turismo nè backpacking, è stare in casa con degli indonesiani che la mattina alle 7 mettono la musica alta e si mettono a fumare e stendere i panni in un cortiletto, dove le galline cacano e le capre entrano a curiosare con le loro espressioni demoniache. E’ un negozietto di alimentari che se paghi di più ti fa il caffè con l’acqua calda, non è Lombok e il suo traffico, non è Bali e il suo doppiogiochismo bieco, è una cosa che fa così male accettare per noi viziati della cultura occidentale che non si riesce quasi a capire come faccia ad esistere, un pianeta del genere. E quando mi si chiede per la terza volta se mi dà fastidio essere ospitato da una musulmana dico che no, che non me ne frega niente. Non me ne frega un cazzo, onestamente, del tuo velo e della tua religione. Lasciami godere le capre, e lasciami in pace, perchè mi stai rovinando il mio idillio bucolico con frasi che starebbero bene a Lombok sotto il Rinjani. Leave me alone, thanks.
Qualcuno qua ci viene a surfare. Qualcuno a scavare nella miniera d’oro vicino a Maluk. Qualcuno, con pochi soldi, attraversa l’isola di notte in bus sulla via di Komodo, Rinca e Flores. Ma qualcuno qua ci potrebbe venire a morire, sì, forse lo potrei anche considerare. Farmi bruciare su una pira su una di quelle spiagge dove quando facciamo il bagno orde di studenti musulmani vengono a intervistarci e fotografarci e farci sentire delle star, ragazzette che nascondono mezzo metro di rossore sotto veli multicolori, inglese rappezzato in indonesiano che fa sorridere e intenerire, si, bruciatemi proprio qua davanti e buttate le ceneri in questo mare che le risputerebbe subito sulla sabbia, tanto è forte la corrente, e magari mi mischierei tra l’arena e la chiglia di un surf, di un qualche australiano che, per qualche strano scherzo del destino, diventa improvvisamente un eroe romantico e si avvicina a sfidare la tempesta un centinaio di km a est di Bali. Nusa Tenggara, ti ho solo assaggiato, e già so che un giorno dovrò tornare indietro…













February 28th, 2009 at 3:06 pm
Bene Monkey! E’ un piacere leggere dei tuoi viaggi.
Spassatela bene perché qui in Cina piove da 2 settimane… Acqua, grigio e freddo, e non smetterà presto.
Ci fai sentire in vacanza almeno un po’!
March 4th, 2009 at 6:24 pm
ma non dovevi essere già in Australia?
March 8th, 2009 at 3:16 am
Grande Marco …. io sono appena tornato dall’India e tu sempre in giro. Bene bene!!
Ciao MArco