Travel For Aid: aggiornamento dall’India Parte 2

Riprende il resoconto dell’avventura in bicicletta attraverso l’India, impresa titanica che Matteo Tricarico sta portando a termine in questo momento…
Il 27 febbraio, dopo una settimana passata a Calcutta, acclimatandomi non tanto alla temperatura quanto agli indiani, con mio grande piacere, ho lasciato di buon ora la metropoli, anche se non ho raggiunto la periferia che alla mezza e sono arrivato in vista delle prime risaie un’ora dopo pranzo. Oramai sono così abituato a trovarmi in aree rurali che la vista dei campi mi rassicura e mi fa sentire a mio agio al contrario delle città che un po’ mi spaventano. Percorsi 130 chilometri sono giunto alla cittadina di Joyrambati dove ho visto un magnifico palmeto appena oltre le ultime case dell’abitato. La luna piena illuminava a giorno ed ho annodato le estremità della mia amaca ai giovani fusti di due eucalipti qualche metro dal limitare del boschetto. Mi stavo già gustando quel momento di armonioso contatto con la natura, quando Mr Hiralal e suo cognato si sono avvicinati dalla casa più vicina. Mi sono scusato per non aver chiesto il permesso di dormire là, ma non era quello il problema, mi ero accampato in un posto molto pericolo per la presenza di nidi di cobra reale, dove un contadino aveva trovato la morte alcune settimane prima. Per la mia incolumità, i due uomini mi hanno chiesto di seguirli sino alla piccola abitazione dove, fremente di curiosità, ci aspettava Ms Rupalì, consorte del mio (forse) salvatore. E’ sconveniente che un estraneo dorma sotto lo stesso tetto con una giovane coppia, allora, per salvare l’immagine sociale della famiglia, vi ho dormito sopra con l’amaca fissata alle sbarre dell’inferriata del terrazzo.
Ho cenato con loro e mi hanno insegnato a magiare con le mani, cosa che non è così istintiva come si potrebbe credere, infatti ho commesso l’errore di versare tutta la scodellina del sugo sul riso bianco, creando un laghetto dove i chicchi nuotavano e, quindi, rendendo impossibile prenderli con le dita. La giusta tecnica è quella di versare le salsine un po’ alla volta dando perciò il tempo al riso di assorbire il liquido, che deve restare comunque abbastanza secco per farne delle palline da sparare in bocca con il pollice. Era la prima volta che mi trovavo ospite di indiani; ne avevo conosciuti vari in passato, cominciando dall’università quando ebbe un’esperienza abbastanza turbante. Ricordo che un’estate a Siena feci amicizia con Ramir, uno studente di storia dell’arte che passava tre mesi ad imparare l’italiano, qualche giorno dopo conobbi Hanif suo connazionale, in Toscana per lo stesso motivo. Decisi di farli incontrare e portai Ramir al bar del Porrione dove ci aspettava l’altro; i due a stento si guardarono, scambiarono qualche parola nella loro lingua, poi Hanif andò via. A quel punto Ramir si rivolse a me con tono adirato e mi chiese di non presentargli mai più un altro indiano. Certo, anche a me quando ero studente in Inghilterra se mi presentavano un italiano non avevo troppa voglia di starci insieme, preferendo la compagnia di uno straniero, per lo meno per imparare la lingua, ma la reazione di Ramir era esagerata e glielo dissi. Lui mi rispose che Hanif era mussulmano e soprattutto di una casta troppo inferiore alla sua.

Il 28 febbraio sono arrivato a Bishnupur, un’antica capitale con decine di templi in laterite e mattoni scalpellati a bassorilievo, che sorgono in una vasta piana ancora oggi considerata uno dei luoghi più sacri all’induismo. Era il primo dei tre giorni della Holi, la festa dei colori e dell’amore che segna l’inizio ufficiale della primavera. I templi strabordavano di fedeli induisti che accendevano fumanti bacchette d’incenso sotto le statue delle divinità e alle immagini di Lord Krishna, mentre, per strada, gruppi di ragazzini ed adolescenti combattevano una festosa battaglia usando come pacifiche armi acqua e polvere policroma. I bersaglio erano i passanti che benevolmente si sottoponevano ad essere bagnati e colorati ma non venivano risparmiati gli animali, in particolar modo le vacche che sembravano degli arlecchini su quattro zampe. Io in bicicletta sono stato un facile obbiettivo anche se ho notato una certa attenzione e rispetto che non avevano nei confronti dei loro amici. Mentre pranzavo sono stato avvicinato da un signore che in un inglese oxfordiano ha attaccato bottone e fatto le solite domande di rito; ha bevuto il suo tè con latte ed mi ha salutato augurandomi tanto bene che non mi basterebbero altre cinque vite per coglierne tutti i frutti. Al momento del conto, l’oste mi ha informato che quel signore aveva già pagato il mio pasto! Incredibili indiani…













June 27th, 2010 at 1:47 am
ecco quando qualcuno viene a dirmi che adora lì’india troppo spesso mi dimentico di ricordare che una società fondata sulle caste è semoplicemente da castrare
ma che si fottano tutti dai bramini agli intoccabili