Ultimo giorno a Sumatra, col senno di poi
Fa sempre male pensare al passato quando si ha davanti un futuro che ti aspetti radioso. In questo caso, fa più male il sentire la separazione da una donna che mi ha tenuto vicino per sei intere settimane, e io con una donna per così a lungo e così bene non ci avevo mai convissuto. Una corsa in taxi, la sua, ci ha separati nel buio di una pre alba in quel di Padang, capitale semicaotica dello stato di West Sumatra, dopo quindici giorni passati assieme ad espplorare questa grande isola da nord al centro. Lei ora è già a Kuala Lumpur, e presto a casa, a Penang. Una casa che è stata la mia casa per più di un mese, e quando viaggi così a lungo, un mese in un posto è qualcosa da archiviare come un documento importante, qualcosa a cui guardare come un tatuaggio appena impresso sulla propria pellaccia.
Stasera sarò a Jakarta, volo Air Asia comprato perchè la stanchezza di macinare chilometri su bus spaccaschiena si è accumulata nei mesi, e la volgia di non prendere mai aerei si è affievolita un pochetto, ma ho comunque combattutto bene, a bandiera spiegata, prendendone solo due o tre, colpa anche i miei genitori in Cina. In ogni modo, sono quasi a metà del mio soggiorno indonesiano e mi basta appena a definire un paese che pare così diverso come lo sono le 17mila infinite isolette e isolone che lo compongono. Una vita ci vorrebbe per scoprirle tutte, e in questo primo, lungo soggiorno io mi limito a fare del mio meglio, e vedere almeno le principali della parte sud dell’atcipelago. Java mi occuperà per un paio di settimane, rimanderò credo Bali e Lombok per la fine e il nuovo arrivo della mia tigre della Malesia a metà febbraio (e mi sento un pò stupido al pensiero di far volare una donna verso di me, ma mi sento anche molto Giorgio Bettinelli, se è per questo, e quindi questo fa solo bene al cervello e a qualcosa anche che sta più in basso), e se avrò abbastanza costanza, soldi rimasti e voglia, nonchè una buona dose di tempo, una gitarella a Flores sarebbe tutta da considerare.
Ma ormai mi sento un pò malinconico, pregno di simboli asiatici che devono necessariamente essere digeriti meglio e alla lontana per essere imparati e capiti dal mio dna, e pronto a lasciare questa parte di mondo per cercare fortune in Australia, la terra dei canguri e si spera dei guadagni facili. Perchè ora sento anche lo strano bisogno di tornare a lavorare e odiare la mia vita lavorante, proprio perchè sto cominciando ad assaporare sempre meno la libertà del viaggio. E questo può diventare un male. Terribile male. Ancora circa un mese, una settimana di più, dedicati ad esplorare la magia indonesiana, prima di scomparire per un anno, forse meno, forse di più, nelle contraddizioni oceaniche.
E prendo tutto a cuor leggero, anche se un pò pesante; un desiderio di una compagna lontana, ma anche una necessità di ritrovare un equilibrio, di focalizzare dei punti che non sono ancora pronti, di mettere a frutto il mio magnifico cervello, e scusate se me la tiro un pochetto. Tanti progetti musicali che, si spera, diventeranno realtà a breve. Voglio riuscire tramite musica e parole a tornare ad essere pronto ad esprimere tutto quello che ho visto sottoforma di meravigliosa canzone e letteratura. la mia strada si apre nuovamente verso la cultura e il segno di tentare di diventare un punto di trasmissione tra realtà e suono. Grandi aspettative per un piccolo uomo. E una moto per Bali, e una casa furgone per l’Australia. Dopodichè mi mancherà solo la tigre nana di Penang al fianco, tanto per citare il grande Sandokan, e le cose potrebbero anche apparire semiperfette.












